Un 8 marzo oltre l'oppressione di genere. Sfide e istanze urgenti.

Riprendo in mano il testo "Un silenzio assordante" di Patrizia Romito, che ho di recente ascoltato a lezione presso l'Università Bicocca. Il testo è un fondamentale per chi voglia avvicinarsi al tema della violenza su donne e minori, analizza benissimo e tratteggia le strategie di occultamento della violenza. 
 
 
Ma ciò su cui vorrei soffermarmi è qualcosa di specifico, piuttosto utile nel contesto contingente attuale, necessario se vogliamo contrastare chi di fatto nega o tenta di ridimensionare i fatti.
 
Se stralciamo dal discorso la natura e le radici della violenza sulle donne, se non nominiamo a sufficienza gli autori, gli uomini, se non sottolineiamo che grandissima parte della violenza sulle donne e sui minori è da essi esercitata, se non parliamo di elementi culturali secolari patriarcali, se ci ritroviamo ad ascoltare spesso che la violenza è tutta uguale, ne facciamo un calderone unico, senza capire che discriminazioni e violenza di genere hanno delle peculiarità e che nascoderle implica non voler accettare quello che accade alle donne in quanto donne. 
 
"La non conoscenza ha una funzione, per i dominanti come per i dominati, e cioè il mantenimento dell'ordine delle cose (...). È proprio tra gli oppressi che la negazione dell'oppressione è più forte."
Nicole-Claude Mathieu (L’Anatomie politique. Catégorisations et idéologies du sexe, Paris, Côté-femmes,1991)
 
Conosciamo la diffusione della violenza e degli abusi, dei quali tutte siamo state testimoni dirette o indirette, tutte ne siamo state in qualche modo toccate, da vicino o per vicinanza.
Eppure, come evidenzia Romito, facciamo una enorme fatica, nonostante queste esperienze condivise, a raggiungere una "unanimità sul significato di queste esperienze", facciamo fatica a solidarizzare, anzi a volte prevale la negazione e una sorta di torva diffidenza.
 
Si allontana da sè il problema, o si cerca di farlo.
Eppure sono soprattutto donne le insegnanti che ne vedono i segnali sui propri alunni e sulle proprie alunne e non sanno come intervenire o scelgono di non farlo.
 
Lo stesso per psicologhe e assistenti sociali che tra un padre abusante e una madre che cerca di proteggere suo figlio, credono al primo e ne prendono le difese.
Spesso sono donne anche le avvocate, le magistrate, le poliziotte che non comprendono la realtà dei fatti e perciò ratificano decisioni e provvedimenti che non tengono conto delle conseguenze e compiono danni incalcolabili per le vite delle donne e dei loro figli. 
 
E non è possibile scoprire solo oggi, sotto i marosi del Ddl Pillon e affini, ciò che da anni si compie ai danni delle donne.
E mi sembra alquanto doloroso tuttora sentire donne (perché dagli uomini ce lo aspettiamo, così come le assurde argomentazioni dei filo Pillon e di Mantenimento diretto) che dicono "ma anche le donne", "io avrei fatto questo e quello, io sarei andata via, le donne provocano ed esasperano gli uomini"
 
Oppure, davanti a un volantino della rete antiviolenza, te lo rifiutano perché "non le riguarda, tutto è sempre andato bene", oppure "le femministe stanno esagerando", "dobbiamo parlare della violenza in generale, perché è l'intera società ad essere violenta", "anche gli uomini subiscono violenza e discriminazioni".
 
E in questo grande minestrone si perde di vista la realtà, fatta di una violenza che per lo più rimane sommersa, di cui i bambini sono testimoni e anche loro vittime.
Vittime dentro le mura domestiche, quando assistono alle violenze dei padri sulle loro madri, e nei tribunali dove devono affrontare perizie e iter innescati dall'ombra della alienazione parentale.
 
La storia di Laura Massaro è emblematica.
E si invisibilizza anche la violenza economica, che se davvero il Ddl Pillon o qualcosa di affine dovresse passare, sarebbe semplicemente acuita e si protrarrebbe ben oltre la separazione.
 
Scrivevo in proposito a settembre scorso: 
"Io non lo so se avete idea di quanto può distruggere la tua autostima, la tua autonomia, la tua capacità di determinare la tua esistenza la violenza economica. Violenza economica invisibile, spesso mai riconosciuta, perché è difficile dimostrarla ed essere credute, accettata per quieto vivere, per non avviare uno scontro anche per un acquisto da poco. Avviene sia che si abbia un proprio stipendio sia che si sia disoccupate.
Anche quando si hanno conti separati, si arriva a nascondere di aver fatto un acquisto per evitare di essere oggetto di una pioggia di parole, di essere apostrofate come una manibucate anche per poco. A questo si può aggiungere un lento lavoro di annientamento psicologico.
Un'ossessione, un controllo totale, persino una scatola di biscotti o di pasta in più possono scatenare la furia. Lo dico a coloro che fanno finta di essere dalla parte delle donne e simulano per convenienza personale.
 
Il senatore Pillon ha precisato che in base al suo ddl, nel caso l'ex moglie non lavori, ci sarà il mantenimento diretto del padre al 100% delle spese sostenute per i figli, previa attestazione delle stesse, tramite scontrini e fatture e naturalmente ottemperando a quanto previsto nel piano genitoriale.
Bene, anzi male, perché in casi di sussistenza di violenza economica, ammesso che si riesca a dimostrarla, che si arrivi a sentenza, che si riesca ad aver giustizia, nel frattempo la donna si troverà a dover gestire questa rendicontazione continua, con niet e divieti da parte dell'ex, controlli strettissimi, una violenza e un controllo economico che continueranno ad essere esercitati, probabilmente con modalità assai peggiori e più punitive.
 
I figli continueranno ad assistere a tutto questo, con le conseguenze del caso (non pensate che non siano in grado di capire e di valutare). Una punizione, un ricatto che se non viene accettato manda in pezzi e distrugge, permette di sottrarre il ruolo di madre, perché la condizione delle donne non interessa a nessuno e se si è vittime di violenza economica ce lo siamo anche meritato, d'altronde Timperi parla di "rendite parassitarie".
 
Siamo di fronte a un vero gioco al bersaglio contro le donne, con i figli strumentalizzati e fintamente messi al centro degli interessi.
A questo punto è necessario scegliere da che parte stare, ESSERE PARTIGIANE, non è possibile avere atteggiamenti ambigui.
Qui ne va di mezzo la vita delle donne, in carne ed ossa, e siete pregate di non mettere davanti i vostri interessi personali per fare da spalla al DDL 735.
La violenza spesso non emerge, ma esiste e non permetteremo che convenienze e connivenze permettano che si consumino ulteriori abusi sulla pelle delle donne e dei loro figli.
Questo DDL va rigettato e ritirato! E' radicalmente pericoloso e sbagliato."
 
Riprendendo l'antropologa Mathieu, citata da Romito, "i rapporti di oppressione portano un'anestesia della coscienza inerente alle limitazioni concrete, materiali e intellettuali imposte all'oppresso; anzi la violenza principale consisterebbe proprio nel limitare la possibilità stessa di rappresentarsi l'oppressione nel suo complesso a partire dalla propria esperienza personale".
 
Donne e minoranze tendono a sottostimare le discriminazioni a cui sono sottoposte (Foster e Dion, 2003). Ciò che affermava lo stesso attivista sudafricano Steve Biko, "The most potent weapon of the oppressor is the mind of the oppressed."
 
Vittime o testimoni di violenza maschile possono provare terrore e paura dell'aggressore, tale da precludere una reazione consona, appropriata, come spesso ci si attende che sia, oppure paralisi, subire ciò che l'antropologa Mathieu definiva "anestesia", oppure per alcune donne, nonostante l'evidenza, davanti a comportamenti violenti, di controllo, di dominio e sopraffazione, è preferibile stare dalla parte del più forte.
Per alcune è difficile rompere il consueto, ciò che per anni ci si è attese da loro e abbandonare il ruolo di cura e accudimento materiale ed emotivo dei maschi. 
 
"Che cosa ottengono le donne in cambio di questa lealtà, di questi silenzi? Al meglio le briciole del potere, ricevute più per la benevolenza dei dominanti che in quanto diritti acquisiti.
Briciole che hanno talmente paura di perdere che preferiscono negare l'evidenza e praticare quella non-conoscenza di se stessi e del mondo che permette, ai dominanti come ai dominati, di mantenere intatto l'ordine delle cose.
 
Il silenzio di molte donne sulla violenza maschile, un silenizio che si traduce in complicità di fatto con i carnefici, è tragico.
 
Questo ragionamento su dominanti e dominati ci aiuta ad allargare lo sguardo, connettendoci anche a una storia che ha visto le donne sempre, salvo rari casi di insubordinazione, ribellione e tentativi di resistenza e di reazione, in una condizione di negazione e di soggetti dominati.
Quindi è comprensibile che oggi, a pochi anni da una serie di conquiste e diritti, le donne continuino a non riconoscere e a negare la violenza di coloro che per secoli sono stati la fonte della loro oppressione.
 
Eppure, nonostante queste difficoltà, sono state proprio le donne a svelare questo stato di subordinazione, a opporvisi e a formulare modelli e soluzioni differenti, a volte solidali, a volte rivoluzionarie, gettando le basi per una lettura della società attraverso lenti e occhi di donna, dando esistenza e valore a coloro che per secoli non avevano avuto voce, affacciandosi alla dimensione politica.
 
Ma il passo da compiere è proprio non negare le potenzialità di questo disvelamento, tutte in gran parte da sviluppare e da diffondere.
Non è tutto conquistato, non è tutto a posto, non è assolutamente affare residuale occuparsi di questa costruzione, non riguarda solo alcune, ma tutte le donne.
 
Perché se di supporto dobbiamo parlare dobbiamo essere consapevoli che questa cosa ci riguarda tutte.
Perché non c'è semplicemente da fare, ma da trovare nuove modalità e strumenti per intrecciare la solidarietà tra donne, per andarla a creare nonostante secoli di cultura patriarcale e stereotipi ci abbiano spesso portate altrove. La solitudine e il sentirsi isolate, non rilevare traccia di sostegni non sono rarità o accidenti del caso. Sconfiggere ciò che è rassegnazione e ineluttabilità.
 
Agli inizi del '900 Ersilia Bronzini Majno, a proposito di femminismo a lei contemporaneo scriveva:
"Così, sovente, invece di azione compatta, organizzata, contro tutti i pregiudizi e le ingiustizie che nella nostra società colpiscono la donna e conseguentemente il fanciullo, abbiamo movimenti parziali, scaramucce, senza quella cosciente ostinata continuità, quel largo consenso, quel generoso impulso che fanno sparire l’individuo e le sue passioni nell’ardore dell’opera per un ideale comune." 
 
All'epoca eravamo agli albori di una consapevolezza e della lotta per i diritti delle donne.
Oggi siamo più organizzate e strutturate, ma al contempo spesso viviamo le stesse problematiche.
Tanto che ci si ritrova al barcamenarsi e al trovare da sole soluzioni, sostegni e vie di fuga.
Con quella scarsità di "generosi impulsi" tutte ancora prese a ritagliarsi la propria fetta di torta o a raccattare le briciole di cui si parlava prima.
 
Almeno di questi tempi dovremmo riuscire a mettere da parte simili pratiche autolesionistiche, autoreferenziali, povere di risultati, nocive.
Almeno di questi tempi che sono sempre più inquietanti, in cui monta una ostilità inaudita nei confronti delle donne, delle loro conquiste e delle loro libertà, in cui vorrebbero riportarci al ruolo di mogli e fattrici subordinate e mansuete, in cui si minimizzano o si negano discriminazioni e disparità di genere, in cui anche tra donne si fa fatica a parlare di autodeterminazione, in cui buona parte della memoria delle conquiste e delle illuminanti visioni dell'ultimo secolo fa fatica a permeare le nuove generazioni, in cui si nega la diffusione della violenza, in cui si vorrebbe restaurare la patria potestà e una sorta di ius corrigendi, in cui si colpevolizzano le vittime, in cui si continua ad occultare la violenza domestica, confondendola con mero conflitto e imponendo la mediazione familiare, in cui spesso non si crede alle donne (ricordandosi e citando, guarda caso, sempre e solo quei rari casi in cui sono state loro stesse responsabili di abusi e violenze o comportamenti lesionistici).
 
Così anche il #metoo in Italia è passato, archiviato velocemente e non ha lasciato granché traccia di cambiamento, tanto che in una quarta superiore in cui conducevo un laboratorio con Carla Rizzi, l'unica cosa che ricordavano erano le accuse di molestie mosse da Jimmy Bennett nei confronti di Asia Argento. 
 
In questo tremendo gioco di ribaltamento dei fenomeni, agevolato anche da una certa narrazione che fanno i media, alla fine tutto si confonde, si annacqua, si perde.
Tra polvere e macerie, se non si interviene a mettere insieme i pezzi sconnessi e a smontare stereotipi, pregiudizi, falsi miti, davvero il rischio di un ritorno al passato è assai realistico e niente affatto remoto.
 
Ed in questo lavoro c'è da mettere insieme tutto ciò che è strettamente correlato, ma che spesso viene tenuto distinto, separato, come rileva Romito e spiega bene Michèle Le Dœuff (Le Sexe du savoir 1998) e della "percezione a brandelli che abbiamo (quando l'abbiamo) delle "disfunzioni" sociali: un giorno accettiamo di vedere le violenze domestiche, un giorno lo stupro incestuoso, un giorno la disoccupazione più frequente per le donne, un giorno il sessismo dei libri di testo o del linguaggio, un giorno gli asili nido insufficienti in numero e qualità, un giorno la situazione delle madri sole, un giorno i circuiti di prostituzione, un giorno l'affissione pornografica, un giorno le mutilazioni genitali, un giorno la mancanza di autonomia delle donne immigrate (...) e poi, dato che tutto questo è penoso, ci si affrettta a non vedere più niente.
E al massimo, vediamo quelle che subiscono, non gli attanti (agenti, ndr.) del problema. Due milioni di donne maltrattate in Francia fa due milioni di uomini maltrattanti tra noi."
 
Per questo 8 marzo, soffermiamoci a riflettere su questi aspetti, oltre a fare un bilancio dell'anno che abbiamo alle spalle, facciamo una ricognizione sulle nostre modalità di azione e di interazione, di costruire relazioni proficue che vadano nella direzione dell'autentico interesse delle donne.

Ritratto di Simona Sforza

Posted by Simona Sforza

Blogger, femminista e attivista politica. Pugliese trapiantata al nord. Felicemente mamma e moglie. Laureata in scienze politiche, con tesi in filosofia politica. La scrittura e le parole sono sempre state la sua passione: si occupa principalmente di questioni di genere, con particolare attenzione alle tematiche del lavoro, della salute e dei diritti.

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