Quanto sarebbe bello tornare a parlare di corpi, di diritto all'integrità psico-fisica, di patriarcato interiorizzato. A volte mi sembra di essere all'anno zero del pensiero femminista.
Allo stato attuale della condizione delle donne nel mondo e in Italia, dei traffici internazionali di esseri umani, di gravi discriminazioni e di una parità uomo-donna ancora molto lontana da raggiungere, parlare di prostitute libere, consapevoli e autodeterminate significa azzerare tutto e negare cosa c'è veramente a monte.

Ridurre tutto a un gruppetto di ombrelli rossi è veramente una pagliacciata. I femminismi sono divisi sul tema prostituzione perché hanno subito notevoli infiltrazioni patriarcali e se non riusciamo a vederle, allora siamo spacciate. Da che parte stiamo?
Non ci sono donne di serie A e donne di serie B, sacrificabili sull'altare dei presunti bisogni maschili. Quando si metteranno in primo piano i diritti delle donne?

Analizziamo a fondo le posizioni di tutte coloro che affermano di volersi prostituire e di essere libere, verifichiamo le loro condizioni di partenza (economiche, sociali e culturali) e cerchiamo di capire che influenza abbiano avuto sulla loro “scelta autodeterminata”. Chiediamoci se partendo dalle medesime condizioni generali, quante sarebbero poi effettivamente contente di intraprendere la strada della prostituzione. Solo quando a tutte verrà garantita “pari” condizione di partenza, allora potremo ragionare su una piena libertà, perché non più schiave di un bisogno. Anche se poi dovremmo considerare i bisogni indotti.

Meagan Tyler in questo suo recente articolo si sofferma su questioni legate a questi miei ragionamenti. Vorrei seguirne insieme a voi i passaggi logici, sono utili per riflettere sul tema.

Il punto di partenza è la risoluzione di Amnesty International in tema di prostituzione, approvata l'11 agosto 2015.

La divisione sul tema della prostituzione tra organizzazioni in difesa dei diritti umani e altre in difesa dei diritti delle donne, richiama una questione sollevata dalla professoressa di diritto Catharine MacKinnon: “Le donne sono esseri umani?” MacKinnon in occasione dei 50 anni della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, rifletteva quanto questo documento fosse impregnato di “maschile”. All'art. 1 leggiamo: “Agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”. Non è una mera questione semantica, immaginiamoci come suonerebbe la stessa frase se al posto di fratellanza si fosse scelto di mettere “sorellanza”. Le donne appaiono come un gruppo troppo specifico per essere considerate “indicative” di tutta l'umanità. È un retaggio antico, di cui tuttora è intrisa la nostra lingua, che poi non è altro che la traduzione della mentalità e della cultura di un popolo. “Esistono i diritti delle donne, ma spesso questi non si conciliano alla perfezione con i diritti umani, che spesso coincidono unicamente con il modello di uomo bianco europeo. Nel femminismo c'è stato un lungo dibattito in merito a questa marginalizzazion delle donne in tema di diritti umani.

Così ci sono sempre stati approcci discrepanti: se re-interpretare i diritti, tentando di incorporare le esperienze delle donne di violazione degli stessi oppure se creare ex novo degli strumenti specifici sui diritti a partire dalle esperienze concrete delle donne.”

L'approccio di Amnesty sembra seguire la prima strada, cercando di mettere in atto una riduzione del danno, rispettando i diritti umani di integrità fisica e di autonomia (che per alcuni è autodeterminazione, termine ultimamente ripreso a sproposito). Nei primi documenti di Amnesty che giravano prima dell'approvazione del testo finale, si parlava anche di diritti alla privacy, alla libertà di espressione e alla salute.

Tyler sottolinea che: “l'autonomia viene letta come libertà dagli abusi dello Stato”. Peccato che le donne siano soggette principalmente ad abusi e limitazioni alla propria libertà di natura prevalentemente “domestica”. Le violenze di cui sono vittime le donne si consumano principalmente nell'ambito privato, ed è il motivo per cui in molte riteniamo che la soluzione non sia quella di riaprire i bordelli o di eliminare la prostituzione di strada. La violenza non viene aggirata in nessun luogo, dovremmo comprendere che la natura di questa violenza non dipende dal luogo, ma risiede in coloro che pretendono di avere un diritto di sfruttamento sulle donne e per questo la litania sulla sicurezza non regge.

Nelle FAQ di Amnesty si legge che: "laws against buying sex mean that sex workers have to take more risks to protect buyers from detection by the police. Sex workers we spoke to regularly told us about being asked to visit customers’ homes to help them avoid police, instead of going to a place where sex worker felt safer."
Quindi la soluzione che viene proposta sembrerebbe quella di rendere più semplice comprare sesso, così risolviamo il problema... semplifichiamo la vita dei clienti. Un film horror, come se indoor fossero più sicure.
Allora la violenza indoor, nei bordelli non esiste?! Allora tutte le donne che subiscono violenza domestica non esistono? Non esiste alcun luogo sicuro quando si è in prostituzione, almeno che non crediamo alla favola della prostituta che si sceglie i clienti e le modalità di rapporto.

La policy di Amnesty consiglia ai governi di “non emanare leggi che limitino lo scambio consensuale di servizi sessuali a pagamento”, invitando a depenalizzare tutti gli aspetti del “consensual sex work”. Quindi liberi tutti, tutti uguali?

Se la stessa Amnesty International ammette che ci sono disuguaglianze di genere e di altra natura che spingono le donne in prostituzione, come si può parlare di autonomia, di libertà, di scelta? Meagan Tyler domanda: “Should poor and marginalised women be grateful, as Ken Roth suggests, that wealthier men will pay to penetrate them?”
In pratica, secondo Roth di  Human Rights Watch, prostituirsi sarebbe una valida modalità per uscire dalla povertà. https://twitter.com/KenRoth/status/630677061858930688

E così si mettono sullo stesso piano prostitute, clienti e papponi, con questi ultimi nel ruolo di benefattori. Come se ci fosse una reale possibilità di uscire dalla povertà prostituendosi. Semplice per questa gente raccontare la favola della “prostituta felice” o “del denaro facile”. Perché invece non parlare dei danni psico-fisici, delle malattie e delle dipendenze?

Se l'obiettivo di Amnesty, come ha tenuto a precisare, fosse semplicemente quello di eliminare il reato per chi si prostituisce nei Paesi in cui tuttora esiste, mi sembra che il documento della risoluzione si spinga ben oltre. Amnesty se avesse voluto fare bene le cose non avrebbe usato nel suo testo frasi ambigue. I termini sex work e "all aspects" alludono a qualcosa di più ampio, per non parlare poi del "consenso".
Sex work è il termine coniato dalla sex trade lobby per meglio vendere e rendere accettabile il suo business, lo hanno definito “lavoro”, per normalizzare la violenza e lo sfruttamento. Le associazioni di sopravvissute e chi segue queste tematiche da vicino hanno giustamente interpretato le parole di Amnesty come un pericoloso regalo all'industria del commercio di sesso in toto. Le parole sono importanti e non servono le rassicurazioni. Le mie perplessità derivano dall'ambiguità dei termini, delle frasi adoperate da Amnesty, da un tentativo di neutralizzare gli aspetti reali, la violenza, dimenticandosi di andare alla radice del problema e della cultura che è sottesa.

Consiglio di leggere le risoluzione Honeyball dell'UE per comprendere il differente approccio e  livello di comprensione del fenomeno.
Se poi riteniamo che sia giusto che gli uomini comprino altri esseri umani, allora possiamo veramente lasciar perdere.

Essere abolizioniste non significa essere proibizioniste. Come tutte le femministe, si sta dalla parte delle donne e per questo riteniamo necessario combattere clienti e sfruttatori, quindi anche le mafie e le organizzazioni criminali che gestiscono il traffico di esseri umani.
Abolizionista significa contrastare la domanda e l'offerta che è rappresentata dall'industria del sesso in senso lato, perché di fatto alimenta il ciclo della violenza. Contemporaneamente riteniamo che si debba condurre un lavoro culturale sulle nuove generazioni di uomini.

Dobbiamo fornire il giusto sostegno e delle alternative di vita alle donne in prostituzione. Prostituirsi non deve essere un reato, chi desidera farlo non deve essere perseguito in alcun modo. Ma non ci dimentichiamo delle "cause" che spesso inducono a questo tipo di scelta e ci impegnamo a rimuoverle.
Nessun abolizionista proibisce a nessuno di prostituirsi, ma combatte a monte. L'abolizionismo è un processo lungo, fondato su una maturazione culturale e un cambiamento di mentalità, che ha le sue radici essenzialmente in un superamento delle disparità tra i generi e del modello patriarcale di società.

Non siamo “maschiliste” perché non è la libertà delle donne che vogliamo limitare, bensì ci battiamo contro coloro che, sfruttando e usando le donne, ne limitano e ne sopprimono i diritti umani fondamentali.

Il cosiddetto “modello nordico” non criminalizza le prostitute e cerca di contrastare clienti e sfruttatori, svolgendo un cambiamento culturale sulla domanda e sui meccanismi con cui questa domanda viene soddisfatta. Dire che si deve decriminalizzare il "consensual sex work", significa di fatto aprire ad ogni cosa, perché sappiamo come è andata a finire in Paesi come la Germania (qui un dettaglio delle violenze sulle prostitute in Germania, dove si è intrapresa la strada della regolamentazione nel 2002: https://ressourcesprostitution.wordpress.com/2015/08/14/numbers-dont-lie...) e come sia difficile definire cosa sia "consenso", e cosa invece sia sfruttamento e schiavitù e sanzionarli.

Forse sarebbe più utile spostare il dibattito da una dimensione internazionale a una più locale, italiana, per evitare che si faccia confusione e che in questa confusione poi passino soluzioni non propriamente "utili" e in grado di aiutare veramente le donne. In Italia prostituirsi non è reato e nemmeno affittare una casa a una prostituta. Favoreggiamento, induzione e sfruttamento sono gli unici reati di casa nostra. I diritti all'assistenza sanitaria sono universali e non legati a un'assicurazione sanitaria o a un lavoro. Tutte le argomentazioni dei “regolamentaristi” nostrani sono debolissime.

Mi piacerebbe non sentire più che le prostitute sono necessarie per gli uomini, una specie di oggetto sociale necessario, da assicurare loro. Argomentazioni maschili e femminili molto diffuse. I clienti poi descritti come "benefattori".. uomini (perché la maggior parte sono uomini) che non sono alieni ma sono i nostri mariti, padri, compagni, amici, fratelli. Tutte noi dovremmo tornare a riflettere su quanto del patriarcato abbiamo interiorizzato e di cui a volte, anche se involontariamente, ci facciamo portatrici. Mi piacerebbe che non ci fossero più categorie umane, di donne, con meno diritti e considerate "sacrificabili", pura merce e oggetti di consumo. Quali diritti Amnesty sta difendendo, di chi e perché? Si sta difendendo la libertà di chi?

Meagan Tyler sottolinea la stranezza della scelta di Amnesty, volta a preservare il diritto all'integrità fisica. Dopo decenni di riflessioni che hanno messo a fuoco come il sistema prostitutivo violasse esattamente questo diritto, in termini di tortura, di attività disumane e degradanti (1), ci ritroviamo al punto di partenza, come se niente fosse. Ci troviamo di fronte al silenzio, o peggio, ai toni trionfalistici delle stesse organizzazioni che dovrebbero difendere i diritti umani.

Quando le donne verranno considerate a tutti gli effetti degli esseri umani?

Forse un ripasso di Olympe de Gouges non farebbe male a nessuno.

Per concludere, decidiamoci ad abbattere quel clima culturale che assolve gli uomini e la loro pessima abitudine: quando parliamo di prostituzione non abbiamo a che fare con la sessualità, ma con la violenza e con il suo esercizio di potere, un potere maschile che pretende di essere senza limiti, un predominio patriarcale che troppo spesso ci dimentichiamo di combattere.
Potremmo iniziare col dire che i nostri corpi non sono al servizio di nessuno, non siamo oggetti, siamo esseri umani.



Articolo di Simona Sforza

 

 

(1) http://bibliobase.sermais.pt:8008/BiblioNET/upload/PDF2/01689_Leidholdt%20Prostitution%20Violation%20of%20Womens%20Human%20Rights.pdf

http://www.tandfonline.com/doi/abs/10.1300/J189v02n03_02#.Vc3qJvl_uPN

https://books.google.com.au/books?id=p8N-zQGWVf8C&source=gbs_navlinks_s

Ritratto di Simona Sforza

Posted by Simona Sforza

Blogger, femminista e attivista politica. Pugliese trapiantata al nord. Felicemente mamma e moglie. Laureata in scienze politiche, con tesi in filosofia politica. La scrittura e le parole sono sempre state la sua passione: si occupa principalmente di questioni di genere, con particolare attenzione alle tematiche del lavoro, della salute e dei diritti.
    

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