Il mistero della lavatrice elvetica (ovvero il locale lavanderia)

C’è un tema abbastanza interessante, dal punto di vista di chi vive “fuori” dalla Svizzera, che credo di non aver – stranamente - mai affrontato in questi anni, e che costituisce sicuramente una grande curiosità per gli italiani (meglio ancora per LE italiane). Sto parlando della lavatrice.

Strano, eh? Nel 2019, a Zurigo, avere la lavatrice a disposizione nel proprio appartamento è un qualcosa di abbastanza raro e prezioso, tanto che il mercato immobiliare per chi arriva da un altro paese si gioca molto spesso – e per quanto possibile – sul tema lavatrice sì/lavatrice no.

Curioso? Abbastanza. Significa che nella svizzera tedesca non si fa il bucato?
Che tutto ciò che serve viene portato in lavanderia (che tra l’altro offre i propri servizi a prezzi abbastanza improbabili per la media a tutto il resto del mondo è abituato)? Naturalmente no.

Significa solo che qui si usa avere un grande locale condominiale – dunque in comune con tutti gli inquilini dello stabile – in cui sono sistemate una o più lavatrici e asciugatrici e a cui è possibile accedere liberamente al bisogno oppure seguendo un calendario settimanale condiviso con tutti gli utilizzatori.

Naturalmente i lavaggi e le asciugature si pagano (del resto anche a casa nostra l’energia elettrica non è gratis, e il consumo arriva ovviamente in bolletta). E’ un’usanza estremamente radicata, che non ho ancora ben capito che origine abbia, anche se negli ultimi anni le abitazioni di nuova costruzione iniziano ad essere frequentemente dotate almeno della predisposizione all’impianto idraulico che consente eventualmente all’inquilino di comprarsi l’elettrodomestico e installarlo in casa sotto la propria responsabilità. Negli edifici più vecchi questa possibilità non esiste, proprio per una mancanza strutturale degli scarichi.

Quando cercavamo casa con la prospettiva di trasferirci, questa “bizzarria locale” mi aveva alquanto scioccata.
Avevo un figlio di poco più di due anni e neppure tenevo il conto del numero di lavatrici quotidiane, per non parlare dei fuori programma notturni, quando qualcosa andava storto ;-) e l’idea di dover vivere in un posto in cui non avrei forse potuto avere la mia lavatrice a diposizione h 24 e 365 giorni all’anno, mi mandava al manicomio.

Avevo chiaramente detto a mio marito che senza lavatrice in casa io sarei rimasta dov’ero e che in Svizzera ci sarebbe andato da solo… alla fine sono riuscita, con un discreto impegno, a trovare una sistemazione che avesse questa caratteristica, ma obbiettivamente può non essere così semplice né così scontato farcela, anche in considerazione delle caratteristiche non proprio facilissime del mercato immobiliare cittadino, per cui risulta parecchio complicato riuscire ad aggiudicarsi un’abitazione con tutte le caratteristiche desiderate e un sufficiente rapporto qualità/prezzo.

L’utilizzo della Waschküche (come si chiama il locale lavanderia) è comunque parte della vita sociale della comunità, e le regole più o meno ferree, nonché le relazioni personali e le dinamiche  - spesso anche conflittuali, come si può immaginare - che si svolgono intorno a questa realtà sono oggetto anche di produzione letteraria che viene fatta studiare a scuola ;-)

Di certo capita, di tanto in tanto, trovare sullo specchio dell’ascensore, o sulla porta della Waschküche, un post-it nel quale il/la malcapitato/a di turno lamenta in tono adirato la sparizione di effetti personali, molto probabilmente raccolti per sbaglio da qualcun altro, tratto in inganno da somiglianza di modello e colore (essendo abbastanza improbabile un reale interesse al furto per un paio di leggings neri di Zara ;-)

 

 

Ritratto di Carlotta G

Posted by Carlotta G

Da sempre curiosa di altre culture e abitudini, mamma espatriata con famiglia a Zurigo dal (quasi) lontano 2013. Blogger a tempo perso, studentessa suo malgrado di lingua teutonica e insegnante di Yoga, dove finalmente è solo se stessa e prova ogni tanto a indicare anche agli altri la possibilità di essere solo se stessi.
Da secoli si ripromette di scrivere un libro, forse, prima o poi. Non sullo yoga, ma sulla capacità di "vivere altrove". Intanto scrivo della mia vita a nord delle Alpi anche sul mio blog personale La vita a modo mio 

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