BULLISMO E LUOGHI COMUNI: ALCUNI ATTEGGIAMENTI CHE CI RENDONO COMPLICI INCONSAPEVOLI

Il bullismo è sempre esistito. Vero. Anche il furto, anche l'omicidio. Questo non rende leciti ed innocui nessuno dei tre. Pensare che "gli si dà troppa importanza" equivale a negare i suoi effetti dannosi non solo sulle vittime dirette ma anche sulle vittime indirette: il gruppo dei coetanei e le relazioni sociali che ne verranno in futuro.

Il bullismo è una fase, è un gioco da ragazzi. Falso. La competitività, il bisogno di affermazione, l'aggressività, la timidezza, l'insicurezza... queste sono manifestazioni normali in alcune fasi della crescita. E la normalità si misura anche nell'alternanza fra l'uno e l'altro atteggiamento. Il bullismo è una dinamica che si ripete, che si rafforza con la crescita, che – in mancanza di un intervento adeguato – si trasforma in problema sociale.

Un po' di bullismo fra i maschi non guasta. Falso. E anche molto pericoloso. Infatti questo atteggiamento ci porta a non dar peso alle prevaricazioni fisiche, materiali, verbali e psicologiche nei confronti di altri maschi (che, parliamoci chiaro, "DEVONO IMPARARE A DIFENDERSI" "DEVONO FARSI LE OSSA"), mentre ci fanno saltare sulla sedia se avvengono fra femmine ("MA CHE TEMPI!"). Il bullismo non è "normale" perché rappresenta la manifestazione di un problema grande del persecutore, che non sa relazionarsi, della vittima che non sa difendersi, del gruppo che non sa prendere parte, degli adulti che non offrono giusta protezione. E questo è vero per maschi e femmine.

Il bullismo è legato a povertà e degrado. "Molto falso". Il bullismo non ha nulla a che fare col possesso, con la "buona educazione", con il ceto sociale di appartenenza. A a che fare con l'immagine di se' che il bambino interiorizza e con le conseguenti capacità affettive e relazionali. Il bullismo è presente in ogni gruppo in cui cresca un bambino che pensa di dover dimostrarsi forte, un bambino che pensa di non meritare giustizia, un gruppo che sceglie di salire sul carro del vincitore, un adulto che non vede, una bambina che sta in silenzio perché ha paura... un genitore che nega l'evidenza...

Il bullismo è un problema dell'adolescenza. Falso. L'attenzione dovrebbe iniziare fin dalla scuola materna. Non in quanto "prevenzione del bullismo" ma come attenzione dovuta alla costruzione di relazioni sane, armoniche, all'interno del gruppo. In fondo è questa la prevenzione. Se un gruppo di insegnanti si accorge che un bambino o uuna bambina, a cinque anni, hanno difficoltà di relazione, possono aiutare la famiglia ad intervenire, a correggere, a capire i perché e quindi ad intraprendere la scuola elementare con strumenti psicosociali più adeguati. Strumenti che aiuteranno i bambini e le bambine a non sentire il bisogno di aggredire per dominare, né il bisogno di subire per non soccombere. La prevenzione del bullismo altro non è che educazione alla giustizia.

Il bullismo va bene purché non si arrivi alla violenza. Falso e pericoloso. Il bullismo letale, cioè quello che induce al suicidio, è il bullismo perfetto. Sa agire nel silenzio, nascosto, nuoce di più quando la vittima è sola, nuoce nei luoghi chiusi, bui, isolati. Nuoce al punto da uccidere senza neanche sollevare un dito. E' il bullismo, sempre esistito, su cui si fonda il nuovo cyberullismo.

Per fortuna nella nostra scuola non c'è bullismo. Allarmante. Perché un po' ce n'è sempre, ovunque. Se nessuno se ne accorge forse dobbiamo sospettare che la comunità adulta non lo sa riconoscere. Ma noi genitori, che osserviamo più da vicino i nostri figli, dobbiamo essere più bravi di insegnanti, dirigenti, personale scolastico.
Noi sappiamo che rapporti hanno i nostri figli con i compagni, noi sappiamo se sono felici o no, noi vediamo se escono soli o in compagnia, se preferiscono star chiusi in camera o stare nel gruppo.
E non possiamo far finta di non vedere. Saremmo i primi complici di una dinamica di bullismo nei confronti dei nostri figli.

 

Ritratto di Natalia Forte

Posted by Natalia Forte

In cammino, a piedi nudi: fra terra e cielo, fra realtà e immaginazione, fra presente e sogno, fra necessità e desiderio, fra regole e ideali, fra attualità e realizzazione, fra cervello ed emozioni... Dove stanno questi ragazzi quando parliamo con loro? Dove stanno con la testa? Sicuramente lontani dai piedi, sicuramente altrove, laddove noi non possiamo arrivare, dove loro non ci vogliono portare.

Perché il loro mondo può essere solo ciò che stanno respirando in questo momento. E nessun altro lo deve capire... altrimenti non sarebbe più il loro mondo.

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