Storia di una IUI (parte prima)

Nella nostra sfida alla procreazione, dopo gli estenuanti monitoraggi con stimolazione ovarica a base di ormoni (tutti fallimentari, of course), anche per me e Albert era arrivato il fatidico momento di passare alla nostra prima IUI, acronimo, in termini medici, di inseminazione intrauterina.

“Quando il gioco si fa duro, i duri iniziano a giocare”

Era proprio così che mi sentivo, anche se la coach mi aveva preparata psicologicamente alla reale possibilità che si sarebbe trattato solo del primo di innumerevoli tentativi per acchiappare il Tiratardi: non bisognava riporci troppe speranze, bisognava stare con i piedi per terra.

Così, al terzo giorno di ciclo, è cominciata la nostra avventura medicalmente assistita.

Al Centro Sterilità di Coppia mi hanno fatto firmare, per prima cosa, duemila scartoffie. Dovevo sottoscrivere di essere consapevole dei trattamenti a cui mi sottoponevo. Di essere consapevole dell’impatto psicologico che queste procedure hanno sulla donna, come nella coppia. Che acconsentivo, laddove gli ormoni avessero prodotto più ovuli, a passare alla procedura in vitro e magari anche a congelarne qualcuno per la prossima volta, ché, si sa, in certi casi, non se butta via niente. Dovevo essere consapevole che la procedura a cui stavo per sottopormi garantiva una percentuale di successo del 15%, ovvero su 100 coppie in corsa per il sogno, solo 15 ce l’avrebbero fatta. Maledetti numeri.

Tuttavia sapevo di dover sfidare la sorte e pure le statistiche. Sapevo di dover affrontare tutto con i piedi per terra, sì, ma anche con una buona dose di coraggio e positività, perché, alla fine, se non pensi almeno un pochino che puoi vincere, cosa giochi a fare?

Firmate le scartoffie, mi hanno prescritto i farmaci con i quali mi sarei dovuta dopare: niente più pastiglie. No, no. Era arrivato il momento delle iniezioni di ormoni. Direttamente in pancia.

Iniziava il mio percorso da Ninja della Siringa. Certo, avrei potuto trovare un’infermiera che per una settimana circa venisse a doparmi, ma poi ho pensato che, se davvero avevo davanti mesi e mesi di tentativi, avrei dovuto fare in modo che tutti quei gesti entrassero a far parte della mia routine quotidiana. Dovevo imparare a “bucarmi” con la stessa naturalezza con cui mi truccavo e pettinavo. Dovevo imparare a farlo in scioltezza, prima di un aperitivo con le amiche o prima di preparare la cena.

E così è stato, grazie soprattutto ad un angelo di farmacista che, per due sere, ha avuto la pazienza di insegnarmi come si faceva e soprattutto di sedare le mie paranoie spiegandomi, più e più volte, con esempi e dovizia di particolari, che con aghi così corti non avrei potuto, nemmeno volendolo, centrare una vena e procurarmi un embolo. No, dico, almeno quello dopo tutto…

Alla prima iniezione mi tremava la mano ma, care mamme in provetta, all’ultima mi sentivo una Ninja…

(to be continued…)

 

Ritratto di Francesca Gastaldi

Posted by Francesca Gastaldi

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