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La sindrome di Stoccolma post adottiva

Da quando ho cominciato, qualche anno fa, a incontrare coppie adottive mi sono imbattuto in uno strano fenomeno che ho ribattezzato “La sindrome di Stoccolma post adottiva”.

Vi starete domandando quale curiosa patologia sta per essere “rivelata” in questo breve articolo. Prima di raccontavi la mia teoria e tutto quello che ne consegue mettiamo dei paletti e chiariamo un po’ le cose.
Innanzi tutto cos’è la vera sindrome di Stoccolma. Cito da “Wikipedia”: la sindrome di Stoccolma è una condizione psicologica nella quale una persona vittima di un sequestro può manifestare sentimenti positivi (in alcuni casi anche fino all'innamoramento) nei confronti del proprio rapitore. La sindrome deve il suo nome al furto alla "Kreditbanken" di Stoccolma del 1973 durante il quale alcuni dipendenti della banca furono tenuti in ostaggio dai rapinatori per sei giorni. Le vittime provarono una forma di attaccamento emotivo verso i banditi fino a giungere al punto, una volta liberati, di prenderne le difese e richiedere per loro la clemenza alle autorità.

Chiarito questo punto essenziale (anche se molti di voi senz’altro già la conoscevano… o almeno adesso potrete fingere che lo sapevate), vorrei raccontarvi chi sono e avvisarvi che non sono preda di questa sindrome anche se non posso affermare con certezza che un giorno non potrei esserne colpito. Solo successivamente mi addentrerò nella “teoria”.
Mi chiamo Fabio e sono padre adottivo da quasi tre anni; qualche navigatore del sito forse mi conosce attraverso le pagine del mio romanzo Il Padre Sospeso (edito appunto da MOL).

“Perché si presenta?” potreste domandarvi.
In fin dei conti non è necessario conoscere l’autore per leggerne un testo. Di solito è così, ma in questo caso trovo essenziale che sappiate che sono parte in causa, soggetto interessato direttamente e personalmente all’ambito adottivo. Sapere che sono genitore adottivo vi servirà inoltre per “prendere le distanze” dalla mia teoria che a molti potrà sembrare strampalata, perfino odiosa. Chi scrive non è un tecnico ne un esperto, solo uno dei tanti genitori che propone un suo pensiero. Quale miglior soggetto da criticare e mettere in discussione?

Vi dicevo che non sono affetto da questa nuova “malattia”, ma non posso giurare che un giorno non ne possa rimanere colpito, il tempo gioca a mio sfavore. Se ciò accadesse, però, non ne sarei poi così stupito e lo accetterei di buon grado, senza tragedie. Le cose cambiano e ci si fa l’abitudine.
Dopo tutto questo preambolo è giunto il momento di esporvi la mia teoria, che sono certo non vi lascerà indifferenti. Probabilmente qualcuno la sposerà immediatamente mentre molti altri la detesteranno. A ognuno il suo. Democrazia.
Avvertenza: da questa “patologia” sono essenzialmente esclusi i genitori che veramente hanno vissuto un iter adottivo meraviglioso e privo di ostacoli (ce ne sono?).

E allora, cos’è ‘sta “Sindrome di Stoccolma post adottiva?”
Su, basta tergiversare!
Si tratta di uno strano fenomeno che colpisce molti genitori adottivi nel momento in cui finalmente dopo anni abbracciano il loro bellissimo bambino, atteso con una forza e un coraggio prodigioso.
Il sorriso di un figlio illumina in un nanosecondo la vita di qualsiasi coppia adottiva donando gioia infinita, serenità e pace.
Il sogno di un’intera vita si materializza magicamente. Ci si sente percorsi da un’energia nuova, da una vitalità prodigiosa, le emozioni frullano nella testa e girano per il corpo all’impazzata. È bellissimo! Tuo figlio è finalmente con te. Non desideri altro perché hai finalmente tutto.
E qui rischia di colpire la Sindrome.

Molti genitori adottivi, inebriati da questa genuina gioia, cominciano inconsciamente a rielaborare tutto il percorso adottivo che li ha condotti fino a lì. Innamorati di tutto ciò che rappresenta il loro figlio perfino delle cose negative che lo hanno preceduto.
I mesi (gli anni) di attesa diventano secondi, i pianti fatti in preda alla frustrazione assumono valenze terapeutiche, le valanghe di documenti si trasformano in simpatici foglietti multicolori, i durissimi incontri con i servizi sociali vengono rivisitati come assolutamente necessari, utili perfino piacevoli.
Ripeto, ribadisco, rimarco: molti genitori hanno incontrato servizi sociali disponibili, hanno velocizzato la burocrazia (?), hanno incontrato il figlio in un battibaleno. A loro non mi rivolgo, loro sono immuni.

Fare mille documenti è stato durissimo e insensato? Nooooooooo, adesso che hai tra le braccia il tuo bimbo hai capito quanto era giusto produrre scartoffie. Servivano! Necessarie! Indispensabili!
Svegliarsi alla mattina col magone e un sogno interrotto era devastante? Nooooooooooo, adesso che hai tra le braccia il tuo bimbo hai capito che questa attesa ti ha fortificato, temprato, reso migliore. Gli incubi ed i pianti erano necessari, che diamine! Ti servivano a rielaborare i tuoi lutti!
Incontrare lo psicologo o l’assistente sociale dell’Asl ti ha mortificato svuotandoti? Nooooooooooo, adesso che hai tra le braccia il tuo bimbo hai capito che il loro modo di fare era fondamentale per aiutarti a prendere coscienza delle tue motivazioni, dei tuoi limiti. Santa gente!

Incontrare tuo figlio e doverlo lasciare in istituto per altri mesi ti strappava l’anima? Nooooooooooo, adesso che hai tra le braccia il tuo bimbo hai capito che la lontananza ha unito ancora più profondamente tu e il tuo patner.
E via di questo passo. Miele, ambrosia e musica celestiale. Una vera fiaba formato famiglia (la tua).
Fino al giorno prima avresti voluto strozzare l’assistente sociale, mandare a quel paese il burocrate maleducato, comprare treni di fazzoletti, strappare il calendario per non contare i giorni. Poi, come dicevo, tutto cambia assumendo colori pastello, tinte delicate, profumi deliziosi.

È un processo lento, subdolamente piacevole che culla e coccola. Un “malattia” benefica, corroborante, finanche gradevole. Cosa chieder di più? Ammalarsi per stare meglio, un piacevole controsenso.
Ne siamo sicuri? O non è meglio coltivare un po’ di sana obbiettività, di sgradevole cinismo?
È meglio tenersi dentro un po’ di rabbia storica o “crescere” rielaborando gli episodi che ti hanno visto protagonista? E meglio raccontare un giorno che è stata dura, ma ce l’avete fatta o fiabeggiare l’intera faccenda?
Io sinceramente non lo so, non so darmi una vera risposta.
Certo è che per ora sto bene nella mia moderata obbiettività di papà al quale “non è ancora passata”. Mi passerà mai? Non importa, non è questo l’importante.
Voi come siete messi?
A voi la risposta, a voi il commento, a voi la valutazione.

Nota: L'autore dell'articolo è Fabio Selini, che ha pubblicato Il padre sospeso, Casa Editrice Mammeonline
Immagine tratta dal libro di favole adottive Mille e mille modi di Amare, Casa Editrice Mammeonline

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Posted by Redazione

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