Sicuramente si tratta di una buona notizia, con gli ultimi quattro decreti attuativi del Jobsact varati il 4 settembre, sono state introdotte "nuove" regole contro il fenomeno delle dimissioni in bianco. In realtà si torna alla normativa varata dal governo Prodi nel 2007, cancellata dal governo Berlusconi nel 2008. Il testo prevede che che le dimissioni per essere valide dovranno essere scritte su una serie di moduli reperibili dal sito Internet del ministero del Lavoro o presso le direzioni territoriali del lavoro. I moduli saranno numerati, scongiurando datazioni non cronologiche, apposte in un secondo tempo. Entro sette giorni dalla data di trasmissione del modulo il dipendente in uscita avrà la facoltà di revocare le dimissioni." In pratica viene reintrodotta la tutela ex ante, teoricamente più sicura.

Al momento è ancora in vigore la normativa del giugno 2012 del governo Monti, che introdusse la tutela ex post: le dimissioni una volta firmate devono essere convalidate presso la Direzione del lavoro territoriale o presso i centri per l’impiego. Per l'entrata in vigore della norma varata all'interno del JobsAct dovremo attendere il decreto del ministero del Lavoro che dovrà essere emanato nel giro di 90 giorni.

Avevo già parlato di dimissioni in questo articolo http://www.mammeonline.net/content/quando-le-dimissioni-sono-consensuali-senso-unico, in cui avevo espresso alcune considerazioni sulla realtà quotidiana di tante donne, che si trovano a dover fare delle scelte non sempre in completa autonomia.

Dicevo all'inizio, che si tratta certamente di un miglioramento, ma è necessario non peccare di ingenuità. Spesso anche le dimissioni "volontarie" di dipendenti madri possono nascondere "coercizione" o mobbing. Posso giungere alle dimissioni "volontarie" dopo una serie di pressioni, se non mi è consentito trovare una soluzione di flessibilità, se all'interno dell'ambiente di lavoro vengo emarginata al rientro dalla maternità, se la carriera viene bloccata perché sono diventata madre, perché vengo costretta a fare orari e turni incompatibili con una vita familiare, perché mi fanno capire che non servo più, perché non più "schiavizzabile" come prima.

Chiediamo maggiori controlli e diritti. Noi donne "conveniamo" ai datori di lavoro perché "costiamo" meno ed è più semplice convincerci a dimetterci.. è ancora troppo semplice e comune sbarazzarsi della dipendente, soprattutto se le è saltato in testa di diventare madre.

Ancora un'altra considerazione. Con le nuove norme introdotte dal Jobsact che rendono più facile "terminare" i rapporti di lavoro, con la caduta dell'art. 18, con i contratti a tutele crescenti, i controlli a distanza su pc e cellulari dei dipendenti (varati il 4 settembre), ho l'impressione che i moduli per le dimissioni serviranno a poco. Mi spiego, le nuove norme sui contratti di lavoro e sui licenziamenti hanno rimosso qualche ostacolo all'azione del datore di lavoro in materia di licenziamenti. Sì resta in piedi la nullità dell'atto per licenziamento discriminatorio (religione, sesso, politica, razziale, di lingua, matrimonio, congedi parentali) ma dobbiamo ragionare un po'.

Nel caso in cui venga riconosciuta la motivazione discriminatoria, il lavoratore ha diritto alla tutela reale completa, "ovvero può scegliere tra la reintegrazione nel posto di lavoro o un’indennità pari a 15 mensilità, mentre il datore di lavoro viene condannato al risarcimento delle retribuzioni spettanti dal licenziamento fino alla reintegrazione, compresi i contributi previdenziali e la sanzione per averli pagati in ritardo, dedotto quanto percepito, in tale periodo, per lo svolgimento di altre attività lavorative (ma comunque non meno di cinque mensilità)".

Il problema è sempre il medesimo, la forza di opporsi del singolo dipendente, che si trova discriminato e deve sostenere un giudizio, adducendo prove che consentano di presumere l'esistenza della discriminazione stessa. Certo se si tratta di discriminazione, poi il datore di lavoro dovrà  provare l’insussistenza della stessa per la quale il dipendente ha prodotto prove. Infatti, il punto 4 dell’art. 28 del D.Lgs. 150/2011, stabilisce l’inversione dell’onere della prova (mutuato dalla L. 125/1991) sancendo che "quando il ricorrente fornisce elementi di fatto, desunti anche da dati di carattere statistico, dai quali si può presumere l'esistenza di atti, patti o comportamenti discriminatori, spetta al convenuto l'onere di provare l'insussistenza della discriminazione."

La tutela contro il licenziamento discriminatorio all'interno del contratto a tutele crescenti viene estesa a tutti, senza più il limite dell'azienda sopra i 15 dipendenti previsto dall'art 18. Ma riflettiamo ancora.

In settori in cui i sindacati non esistono, in un contesto generale in cui la giustizia civile è sempre più affaticata, comprendete che il/la dipendente dovrà intraprendere una strada lunga e spesso con le sue sole forze.

Poi siamo certi che il datore di lavoro non ricorra al più semplice licenziamento per giustificato motivo oggettivo, dovuto a ragioni legate all’organizzazione del lavoro all’interno dell’impresa? Quale il confine tra i diversi tipi di licenziamento, quali le difficoltà di difendersi, di sostenere le spese processuali, di sopportare le pressioni psicologiche? Quante di noi avranno la forza di procedere e denunciare? Ancora siamo di fronte all'amara realtà. Quante ancora si dimetteranno "volontariamente" (quindi solo di facciata), quando i datori di lavoro le metteranno di fronte a un muro, senza alternative, senza possibilità di conciliare, demansionate? Quante non potranno difendersi e quante ancora subiranno in silenzio?

L’Italia può vantare il primato del “costo più basso dei licenziamenti a livello mondiale”.

L’inchiesta de L’Espresso, ante jobsact, parla di mobbing post-maternità (nel capoluogo lombardo, ad esempio, al Centro Donna della Cgil solo negli ultimi tre anni si sono rivolte 1.771 lavoratrici). Ne scrivevo qui:

https://simonasforza.wordpress.com/2015/05/04/in-qualcosa-siamo-primi/

Mi piacerebbe che prima di varare le norme si osservasse la realtà, ma non quella vicina al soffitto di cristallo, bensì molto più in basso, dove è più facile venire strozzate da mille ricatti e sfruttamenti. E poi, se vogliamo fare del bene alle donne, ascoltiamo i suggerimenti dell'OCSE http://www.oecd.org/about/publishing/ItalyBrochureIT.pdf o dell'UE http://www.mammeonline.net/content/conciliazione-famiglia-lavoro-buone-pratiche-welfare-aziendale-le-indicazioni-ue in materia di conciliazione, di congedi parentali e di incentivi all'occupazione femminile.

L'OCSE suggeriva: "La riduzione delle aliquote d’imposizione effettive sul secondo reddito, attualmente le più elevate dell’OCSE, nell’ambito di una riforma fiscale neutra dal punto di vista delle entrate, ridurrebbe anche i disincentivi al lavoro." https://www.aranagenzia.it/attachments/article/5154/Italyoverview_7may_O...

Sui nuovi congedi parentali orari avevo scritto qui: http://www.mammeonline.net/content/dove-ci-porta-lottovolante-jobsact . Certamente, i congedi parentali oltre un certo limite di tempo hanno un impatto negativo sul lavoro delle donne (http://www.oecd.org/gender/closingthegap.htm). Sarebbe meglio che fossero più "condivisi" tra madri e padri (http://www.ingenere.it/articoli/essere-genitori-congedi-parentali-italia-europa). Ma occorre anche fornire degli elementi alternativi di conciliazione, perché se mancano i servizi sociali di cura facilmente accessibili, la flessibilità lavorativa, tornare al lavoro può rappresentare un viaggio sull'ottovolante.

Per prima cosa dobbiamo capire dove si trova l'Italia nel quadro internazionale, in materia di parità e lavoro.

La classifica generale sulla parità dei generi del 2014, stilata dal World Economic Forum, ci vede al 69° posto (http://reports.weforum.org/global-gender-gap-report-2014/rankings/). Situazione nera: la partecipazione delle donne nel mondo del lavoro - siamo all'88° posto - la retribuzione a parità di mansioni - l’Italia è al 129° posto (nel 2014 una donna ha guadagnato solo il 48% dello stipendio medio di un uomo).

Anche l’indice sull’uguaglianza di genere 2015, presentato il 25 giugno a Bruxelles dall’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere (EIGE), non ci vede brillare: https://simonasforza.wordpress.com/2015/07/16/il-tortuoso-cammino-dalle-parole-ai-fatti/ .

Ci vogliono più "partecipanti" al mercato del lavoro (vista la situazione: http://ec.europa.eu/eurostat/tgm/mapToolClosed.do?tab=map&init=1&plugin=1&language=en&pcode=tesem060&toolbox=types), perché "serviamo" per far crescere il PIL del nostro Paese. Ma quali sostegni ci vengono assicurati?

Per poter fare politiche organiche, strutturali, che abbiano impatti significativi e positivi sulle nostre vite, occorre una regia che conosca bene la materia e che sappia recepire i suggerimenti degli organismi internazionali che studiano tutti i fattori che aiutano le donne a lavorare. Per fare questo occorre non tagliare i fondi e le risorse al Dipartimento delle Pari Opportunità, alla ricerca universitaria in materia, e costituire un Ministero specifico, perché non è solo un fattore simbolico, ma deve servire da organismo permanente, il cui ministro possa sedere nel governo e partecipare alle sue attività, dando apporti e suggerendo i giusti correttivi in ottica di genere all'azione politica governativa. E perché non provare a rimodulare la giornata lavorativa, seguendo l'esperimento finlandese, con 6 ore al giorno, a parità di salario rispetto alle classiche 8 ore (http://www.forelsket.it/lavorare-6-ore-al-giorno/)? A quanto pare l'efficienza aumenterebbe. Ma da noi il datore di lavoro sembra preferire l'idea di vedere il suo dipendente inchiodato in ufficio, per minimo 8 ore al giorno, con gli extra non sempre remunerati. È necessario un radicale cambiamento nella cultura imprenditoriale. Insomma, le idee e le alternative ci sono, basta avere il coraggio e la lungimiranza per sperimentarle e applicarle.

A livello governativo, non è possibile varare soluzioni "vecchie" e inadeguate come il bonus bebè da 80 euro al mese per 3 anni, pensando che sia una misura in grado di incoraggiare le donne a fare figli. Se le donne non hanno una stabilità economica e lavorativa continueranno a non farne. La precarizzazione è la vera causa scatenante. Dovremmo fare politiche che non siano solo propaganda "acchiappaconsensi", ma i cui effetti siano permanenti e non della durata di una  mezza legislatura, poi tanto si vedrà. La cecità con cui vengono scelte certe misure le pagano poi tutti, in primis le donne, che hanno avuto lo zuccherino e alle quali viene detto: "hai visto abbiamo pensato a te, ora torna al tuo ruolo classico di madre e sforna figli per la patria, e non ti lamentare!"

Se misure come questo bonus bebè creano consenso e hanno un valore enorme nel sentire comune, dobbiamo chiederci perché. Perché tuttora si accetta tranquillamente che vengano adoperati questi mezzi, con un convinto supporto alla costruzione della famiglia del mulino bianco, con un incitamento per le donne a tornare al ruolo di massaia. Le donne come strumento sostitutivo di welfare, un welfare vivente come mamme, nonne, badanti. Le donne come contenitore della progenie. Le donne a casa perché è meglio così, per il mercato del lavoro, per i datori di lavoro, per semplificare la vita un po’ a tutti. Perché lo stato non si senta chiamato a varare politiche strutturali serie per rendere la vita delle donne “tutte” un po’ più sana e meno strumentale a qualcos’altro o a qualcuno. Chiediamoci veramente perché per molte donne diventa più conveniente stare a casa. Malpagate, precarie, sfruttate, costrette a fare lo slalom tra casa e lavoro, senza orari o diritti, zero prospettive di carriera se malauguratamente scegli di far figli, il dover vivere un quotidiano senso di colpa, doversi sempre giustificare con capo e colleghi/e per il tuo essere donna, con tutto ciò che ne consegue. Non ne parliamo se ti ammali o si ammala un familiare! Quel che mi irrita maggiormente di questo tipo di politiche, è il solito automatismo che lega i figli ai soldi. Come se fosse una questione unicamente pecuniaria. Mi sembra sempre che ci sia una precisa volontà di ignorare cosa significa essere genitori. Non è semplicemente il piatto di pasta. Questo poteva bastare negli anni ’40-’50. Ma le prospettive di un genitore non devono fermarsi a questo. Così come occorre guardare oltre la richiesta di più asili nido. Come ho più volte scritto, non è la soluzione. Aiuta certo, ma un figlio non è un pacco da parcheggiare da qualche parte, che siano i nonni, il nido o una baby sitter. Dovremmo allargare lo sguardo e parlare di tutte le donne, qualunque sia la loro scelta di vita. Perché non parliamo di tempi flessibili per le donne? Perché non parliamo di pari trattamento, per dire no alle discriminazioni sul lavoro e tanto altro.. Se vogliamo veramente aiutare le donne. La legge "targettizzata", valida solo per alcune donne, è un fondamentale mezzo di propaganda, utile a raccogliere consensi, ma che crea grossi problemi e trattamenti privilegiati assurdi. Si sprecano risorse importanti, ma solo per riuscire a mantenere il consenso e il potere. Non ci sono progetti a lungo termine, perché quel che importa è il risultato oggi.

Noi donne quindi non dobbiamo mai dimenticarci di lottare, in prima persona, perché non è sufficiente avere "il Parlamento con la più grande rappresentanza femminile nella storia", occorre capire se quelle donne sanno e sapranno rendersi autonome rispetto agli uomini e portare avanti politiche per le donne, per migliorare la vita di tutte le donne, non solo quelle che viaggiano nella troposfera dei ruoli apicali. Non voglio più sentire che un'ottica di genere non è necessaria, perché si è visto quali svantaggi porta la delega a persone che non ne sono dotate e non mettono in campo questo tipo di approccio alle problematiche delle donne.

Carla Lonzi diceva: “Sul mio corpo passano tutte le tempeste, non c’è cosa che io non capisca a mie spese.” Questo vivere sul proprio corpo, sulla propria pelle, questo fa la differenza quando ci dobbiamo mettere al lavoro per correggere le tante, troppe cose che ancora non rendono questo paese a misura di donna.

Una classe politica di donne (che si collocano a sinistra) composta per lo più da persone che prendono le distanze dal femminismo, che dichiarano candidamente di non provenire da quella storia, quasi a volerne segnare la distanza, sono il segnale di uno smarrimento culturale enorme. Quindi una domanda è: come ricostruire un background culturale solido e recuperare le nostre radici, un humus necessario per proseguire? Perché chiaramente procedere senza passato porta solo ad una navigazione a tentoni, come se si dovesse partire da zero.

I nostri diritti conquistati con tanta fatica, la nostra emancipazione (reale o presunta, parziale o completa?), la nostra partecipazione e i nostri contributi alla "cosa pubblica": quanto corrispondono a un nuovo tessuto, a nuove forme di vita e di relazioni, a un sovvertimento di regole secolari, e quanto invece sono stati dei risultati mutuati attraverso concessioni maschili, quanto e se sono stati effimeri, quanta parte di essi abbiamo lasciato cadere dopo i primi segnali di cambiamento e che non abbiamo curato a sufficienza, quanto delle nostre lotte abbiamo delegato nelle mani sbagliate e perché abbiamo scelto di delegare e di accontentarci?



Articolo di Simona Sforza

 

Ritratto di Simona Sforza

Posted by Simona Sforza

Blogger, femminista e attivista politica. Pugliese trapiantata al nord. Felicemente mamma e moglie. Laureata in scienze politiche, con tesi in filosofia politica. La scrittura e le parole sono sempre state la sua passione: si occupa principalmente di questioni di genere, con particolare attenzione alle tematiche del lavoro, della salute e dei diritti.
    

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