Cosa può fare la famiglia di fronte al silenzio totale di figli che si rivelano del tutto sconosciuti? Noi ce la mettiamo tutta ma siamo troppo troppo lontani dal loro mondo".
Ho preso questa frase da un commento di un lettore di questo Blog. Sembra fatta apposta per introdurre questo argomento. Ad un certo momento pare che i nostri figli non siano più loro, parlano un linguaggio nuovo, usano parole irripetibili che... "proprio lui, mio figlio!" "ma lei... una ragazzina..." "e pensare che noi..."

Per non dire gli sguardi: improvvisi nemici per la pelle si aggirano per i corridoi delle nostre case. Se non fosse per l'assenza di armi potremmo definirli in assetto di guerra.
Che fare?
Ogni parola che diremo li farà reagire in maniera imprevedibile, ogni proposta meditata per ore e che finalmente ci appare come una buona possibilità per aprire i contatti, per loro è: "ma che me stai a pià per cretino?!"...

Ogni gesto pensato con amore è offensivo, degradante umiliante o semplicemente: "Che palle, ma'!"
Poi ci sono anche quelli armati: calci alle porte, oggetti che volano, pugni e crepe sui muri della stanza.
Che succede? Mio figlio è diventato pazzo. C'è qualcosa che non va.
Dobbiamo andare dallo psicologo. Ma lui non ci vuole venire. Figurati... e poi un minuto dice una cosa, dopo l'esatto contrario.

Non c'è nulla che lo interessi, non c'è nulla che lo appassioni.
Ma è diventato davvero cretino? Niente, ore e ore senza far niente.
Ma neanche la furbizia di farci credere che sta studiando: no, sta lì rincretinito come un ebete.
Ma possibile che sia diventato così?

Sì. E' possibile anzi, ahinoi, è addirittura logico e normale.

C'è un tempo di "sana psicosi" durante il quale la ricerca forsennata e faticosa di sé mette i nostri ragazzi nella difficile condizione di non trovarsi a proprio agio in nessun posto (famiglia, amici di infanzia), in nessuna immagine esterna (modelli, idoli), in nessuna definizione (volenteroso, dotato, disinteressato, pigro...)

I talenti che gli adulti hanno visto forse non sono quelli che loro si riconoscono: "E' portato per le lettere" (ma lui vuol fare l'ingegnere).
"Consigliamo l'indirizzo scientifico, è un fenomeno in matematica!" ("A diciotto anni girerò il mondo con una chitarra").
Ma questo disagio coinvolge anche le relazioni fin qui costruite.

Le sicurezze incrollabili (mamma, papà, qualche amicizia "fin dall'asilo"), cominciano a stare strette, poiché crescendo cambiano i gusti, gli interessi, si comincia a modellare la propria unicità, quel cugino ora appare troppo più piccolo, anche se fino a ieri si giocava insieme.
L'amichetto del cuore ora sembra insignificante.
La sicurezza e la protezione della famiglia ora sono diventate un limite, sono asfissianti.

E i baci a mamma decidono loro quando è il momento, altrimenti "mamma sei imbarazzante!"
Solo che noi adulti percepiamo tutto questo attraverso i loro comportamenti ed atteggiamenti: incostanti, imprevedibili, ammusati, annoiati, distanti, ostili, inappagati, passivi, irascibili, prepotenti...
 

Per noi sono un mistero. E siamo portati purtroppo a fermarci di fronte a questo come fosse il tutto. Non vediamo cosa c'è dietro, cosa c'è oltre tutto questo: non vediamo i nostri figli quando stanno in compagnia di amici; non sappiamo di cosa parlano e cosa sognano; non conosciamo i loro discorsi le loro idee. Perché loro ci tengono fuori da tutto questo. E' territorio proibito.

Ora io credo che la nostra grande fatica sia innanzitutto quella di accettare questa nostra esclusione e poi, soprattutto, immaginare e convincerci che ciò che noi vediamo non è il tutto: c'è un mondo di sogni, di ideali, di ambizioni, di discorsi, di legami, di delusioni, di amicizie,di conflitti... che noi non conosciamo ma che esistono ugualmente.
Noi pensiamo che sono amorfi e li trattiamo come tali. Loro si sentono squalificati, incompresi, e vedono confermata l'idea di genitori che non possono capire; noi che pensiamo di conoscerli meglio di chiunque altro ora ci ritroviamo estranei.

E loro che vedono avanzare questa pretesa conoscenza da parte nostra, si sentono asfissiati, braccati e soprattutto soli, perché non abbiamo capito niente! Allora la domanda iniziale a mio avviso può trovare risposta nel ripensarci un po' come adolescenti, ricordare, ripercorrere la nostra esperienza.

Io adolescente di cosa avevo bisogno? Di solitudine? Di coccole? Di ascolto? Di tempo? Di fiducia? Di libertà? Di controllo? Di stima?

Osserviamoli.
Osserviamoli come fossero nuovi, osserviamoli a partire da zero.
Proprio come osserveremmo "un mondo nuovo" lontano, nel quale non siamo mai entrati: con la curiosità del turista e la delicatezza dell'ospite.
(segue)

Natalia Forte

Ritratto di Natalia Forte

Posted by Natalia Forte

In cammino, a piedi nudi: fra terra e cielo, fra realtà e immaginazione, fra presente e sogno, fra necessità e desiderio, fra regole e ideali, fra attualità e realizzazione, fra cervello ed emozioni... Dove stanno questi ragazzi quando parliamo con loro? Dove stanno con la testa? Sicuramente lontani dai piedi, sicuramente altrove, laddove noi non possiamo arrivare, dove loro non ci vogliono portare.

Perché il loro mondo può essere solo ciò che stanno respirando in questo momento. E nessun altro lo deve capire... altrimenti non sarebbe più il loro mondo.

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