Il  2015 ha fatto registrare il record negativo di nati registrati all’anagrafe: 485.780 bambini. Oggi, 20 Novembre, è la giornata dei diritti dell'infanzia e dell'adolescenza. Ma come vivono i bambini italiani?

Quasi un minore sotto i 17 anni su tre (32,1%) è a rischio di povertà ed esclusione sociale in Italia, quattro punti e mezzo sopra la media europea (27,7%).

I figli di quattro famiglie povere su dieci soffrono il freddo d’inverno perché vivono in case non riscaldate, umide, mentre uno su dieci vive in abitazioni non abbastanza luminose. Per non citare i casi di coloro che ricevono l'unico pasto completo giornaliero a scuola.

La povertà incide sul futuro: più abbandono scolastico, meno sport, salute più cagionevole. E sembra che il nostro Paese sia anche quello che spende meno per loro. Siamo agli ultimi posti, prima solo di Romania e Grecia.

L'Atlante dell’Infanzia a rischio di Save the children, ci offre uno spaccato di una Italia in crisi economica dove le famiglie in difficoltà sono triplicate negli ultimi dieci anni.

 

IMMAGINE Povertà mappatura

 

Cosa è il futuro, cosa rappresenta, come (e se) riescono a proiettare i loro sogni e interessi nel loro domani?

Senza un sistema che li motivi, li sproni a investire nell'oggi per un futuro migliore, è come se si lasciasse appassire una prospettiva per le generazioni dei prossimi adulti: "assieme al futuro muore la speranza, il piacere di vivere per crescere e diventare se stessi" (Charmet 2012).

L'incertezza degli adulti di oggi, la precarietà, l'emarginazione, il disagio diventano delle zavorre per i più piccoli. Se l'ascensore sociale è fermo da tempo, e nessuno pensa a intervenire in modo strutturale, se la sensazione generale è che non siamo un Paese meritocratico, bensì il successo appare legato alle risorse o alle reti familiari e amicali, piuttosto che alle capacità e alle competenze, se le istituzioni non investono in crescita e promozione sociale, il sistema entra in una crisi molto complessa, dalla quale è complicato uscire.

Si riaffaccia l'idea che studiare non serva, tanto poi tutto è vano, ci sono altri fattori. Così si compromette il futuro di intere generazioni.

La percentuale di giovani tra i 18 e i 24 anni che si fermano alla licenza media, tocca infatti il 14,7%, mentre un alunno di 15 anni su quattro non raggiunge le competenze minime in matematica e uno su cinque in lettura. Sei bambini e ragazzi su dieci, i cui genitori hanno un titolo di studio basso, sono a rischio di povertà ed esclusione sociale.

Negli ultimi 10 anni la percentuale di giovani che hanno abbandonato l’istruzione superiore è

diminuita del 7,4%.

 

 

IMMAGINE abbandono scolastico

Giovani 18-24enni con la licenza media e non più in formazione in Italia (%), detti early school leavers. Anno: 2015. Fonte: Eurostat, Istat.

 

E se si parte già un gradino più in basso (povertà economiche, abitative, di salute ed educative) si fa parte di coloro che l'Atlante racchiude nella categoria dell'infanzia ‘a rischio’, segnata da privazioni e assenze. "Bambini e ragazzi a rischio sotto molteplici dimensioni, per i quali i principi della Convenzione dell’ONU per i diritti dell’infanzia, restano spesso soltanto un miraggio."

In realtà l’Italia investe nella protezione sociale di ogni cittadino quanto spendono in media i 28 Paesi europei (7.627 euro), ma il nostro welfare è chiaramente poco efficace nel combattere l’esclusione sociale e le povertà minorili. I fondi destinati a questi scopi sono pari ad appena lo 0,7%, contro una media europea dell’1,9%.

In Italia, se osserviamo la composizione dell’intera spesa sociale, per proteggere famiglia, maternità, infanzia si spende una quota esigua, meno della metà della media europea.

IMMAGINE SPESA SOCIALE WELFARE

immagine bambini che non possono permettersi di soddisfare i bisogni essenziali

Più di uno su dieci non può permettersi di praticare sport o frequentare corsi extrascolastici. Quasi un bambino su dieci non può indossare abiti nuovi o partecipare alle gite scolastiche e un bambino su tre non sa cosa voglia dire trascorrere una settimana di vacanza lontano da casa. Questi fenomeni si allargano anche a fasce di popolazione di reddito medio.

"Vi è un forte legame bi-univoco tra povertà e istruzione e disagio economico e socio culturale", secondo Marco Rossi Doria in una relazione alla Camera. "La scuola emancipa dalla povertà ma le condizioni di partenza contribuiscono fortemente a determinare a loro volta il fallimento formativo" (Rossi Doria 2014, p. 19). Nel caso dell'abbandono scolastico, oltre alla situazione lavorativa e al reddito, anche il basso livello di istruzione dei genitori viene considerato un fattore di rischio significativo e in particolare il grado di istruzione della madre. I genitori con un basso livello di istruzione sono meno efficaci nello sviluppare il capitale culturale dei figli (Eurydice 2014).

Pur prendendo per buone queste deduzioni, mi viene da porre un quesito: come abbiano fatto tanti bambini e ragazzi degli anni 60-70 a studiare e a venire fortemente incoraggiati da genitori che in media avevano, se andava bene, la licenza elementare. A questo punto forse dovremmo considerare anche altri fattori, come la percezione delle opportunità date da un'istruzione superiore.
Quanto i nostri nonni valutavano fondamentale studiare. Soprattutto se avevano dovuto abbandonare gli studi per occuparsi di aiutare la famiglia.

L'Italia si contraddistingue negativamente per una ridotta mobilità sociale, il titolo di studio dei genitori è elemento fondamentale nel percorso di istruzione dei figli per tutte le classi sociali. E aggiungerei che sempre più evidenti si fanno le differenze nella qualità dell'istruzione. Infatti, "l’aumento della diseguaglianza di reddito delle famiglie, ha sottolineato un recente rapporto dell’OCSE, è una delle cause principali della bassa crescita economica, in particolare in Italia, proprio perché alimenta a sua volta diseguaglianze di opportunità educative tra i giovani, reprime talenti, ingabbia capacità vitali per lo sviluppo economico e sociale del Paese (OCSE 2015)."

IMMAGINE ISTRUZIONE E SALUTE

 

Finora abbiamo parlato di situazioni di disagio ed emarginazione di natura economica e culturale, ma ci sono fattori che possono aggravare ulteriormente tali condizioni.

Per comprendere la situazione dei minori in Italia occorre valutare anche il tema della violenza.

Secondo l'Indagine nazionale sul maltrattamento dei bambini e degli adolescenti in Italia, del 2015, sulla dimensione epidemiologica del maltrattamento all’infanzia in Italia, condotta da Terre des Hommes su mandato dell’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza, e in collaborazione con CISMAI, circa 100.000 bambini sono risultati in carico ai Servizi Sociali perché vittime di una forma di maltrattamento (ogni 1.000 minorenni seguiti dai Servizi Sociali 200 lo sono per maltrattamento). La forma più frequente è risultata la trascuratezza materiale e affettiva spesso celata dalle pareti domestiche e per questo molto complessa da intercettare e riconoscere.

Ad essa si aggiungono, però, altre forme di violenza, molto meno conosciute, che vedono protagonisti anche genitori inconsapevoli, quali la Shaken Baby Syndrome, che, per sua natura, colpisce i neonati.

TdH aveva realizzato in partnership con l’Università Luigi Bocconi di Milano e CISMAI l’indagine nazionale “Tagliare sui bambini, è davvero un risparmio?”, portando all’attenzione del pubblico e delle istituzioni i costi, diretti e indiretti, che ogni giorno derivano dalla mancata prevenzione della violenza sui bambini. Ne è emerso che circa l’1% del nostro PIL è speso ogni anno per far fronte alla spesa derivante dalla violenza all’infanzia.

Quest’anno sempre TdH ha realizzato  il dossier "Maltrattamento e abuso sui bambini: una questione di salute pubblica", un'indagine sull'attività diagnostica del fenomeno negli ospedali d'eccellenza italiani, di Piemonte, Lombardia, Veneto, Toscana e Puglia.

Vorrei soffermarmi su Milano e Bari, la mia città di adozione e quella di nascita.

Immagine Tipologie di maltrattamento 2011/2016

 

 

Immagine tipologia di maltrattamento 2011/2015 - Bari

Insomma la situazione è complessa, delicata, difficile ma va affrontata nel migliore dei modi.

Sarebbe bello che i sogni di questi bambini non evaporassero in fretta di fronte alla realtà difficile in cui vivono. È nostro compito accompagnarli e sostenerli, mettendo a posto i pezzi che potrebbero completare un puzzle di una vita migliore.

Il nostro impegno è non lasciare passare invano il tempo.

Proteggiamo i bambini e le bambine, non permettiamo che si torni indietro, che vengano legalizzate pratiche che ledono i loro diritti e la loro dignità.

In Italia e nel mondo.

Abbiamo letto del disegno di legge che si vorrebbe far passare in Turchia, che prevede la non perseguibilità di chi, giudicato colpevole di abusi sessuali su minore, sposi la vittima della medesima violenza. La pratica dei matrimoni precoci è molto diffusa: la Turchia registra il 14% di matrimoni precoci, risulta oggi al secondo posto in Europa, subito dopo la Georgia che ha una percentuale del 17%.

Come attiviste manifestiamo la nostra solidarietà alle donne turche, pesantemente colpite da una serie di provvedimenti repressivi e di attacchi.

Sarebbe opportuno che anche da parte delle donne italiane che hanno incarichi istituzionali si levasse una voce unitaria contro questo orrore, una ferma condanna, un segnale forte. Trovo che il silenzio istituzionale del nostro Paese sia molto grave, come di fronte ad altri episodi accaduti sempre in Turchia.
Prendiamo posizione, cerchiamo di non accettare passivamente questa deriva. Se veramente ci interessa il destino di tante bambine, donne, nostre sorelle.

La proposta presentata in Parlamento da parte dell'Akp del presidente Erdogan per depenalizzare la violenza sessuale sui minori tornerà in discussione martedì. Mobilitiamoci.

Ribadiamo insieme "Girls not brides". Difendiamo tutti i bambini e bambine.

 

Articolo di Simona Sforza

 

Ritratto di Simona Sforza

Posted by Simona Sforza

Blogger, femminista e attivista politica. Pugliese trapiantata al nord. Felicemente mamma e moglie. Laureata in scienze politiche, con tesi in filosofia politica. La scrittura e le parole sono sempre state la sua passione: si occupa principalmente di questioni di genere, con particolare attenzione alle tematiche del lavoro, della salute e dei diritti.
    

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