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Genitorialità adottiva e genitorialità biologica: quali peculiarità

Spesso ci si chiede se davvero la genitorialità adottiva sia poi così diversa da quella biologica: se il legame genitoriale è fondato sull’affetto e non sulla fisicità non vi dovrebbero essere differenze, eppure spesso veniamo messi in guardia dal pericolo di confondere questi due modi di essere genitori. Ma quali sono le peculiarità della genitorialità adottiva?

La genitorialità adottiva si trova ad affrontare compiti più ardui rispetto a quella biologica, in quanto nascerebbe da un’esperienza di “vuoto”, di privazione della gravidanza, e tale assenza deve essere riconosciuta ed elaborata, in modo che possa essere colta la dimensione di “doppia mancanza” insita nell’adozione: da una parte una coppia a cui manca un figlio, dall’altra un bambino senza genitori.
Se l’adulto riesce a riunire ed integrare questi due aspetti, riuscirà a compiere anche il passo successivo, cioè cogliere la dimensione di “doppia nascita”: due esseri diventano genitori e un essere diventa persona attraverso la filiazione.
In questo modo è possibile leggere l’evento genitorialità su un piano simbolico, in cui il genitore adottivo è equiparato a quello naturale, in quanto entrambi donatori di vita, di affetti e di pensiero.

Questa prospettiva implica una “visione trasformativa” della genitorialità, fondata non più sulla trasmissione biologica ed ereditaria, ma “su un legame affettivo che si costruisce, cementandosi, giorno per giorno, nel percorso adottivo”.
La peculiarità della genitorialità adottiva si situerebbe, quindi, nell’accettazione di un bambino nato da altri come figlio proprio, senza per questo cadere nella tentazione di cancellare la sua storia, bensì riconoscendosi come appartenenti alla comune storia familiare pur nella consapevolezza della diversità delle origini.
La genitorialità adottiva richiederebbe, inoltre, una capacità genitoriale riparativa nei confronti dei vissuti dolorosi e penosi propri di un bambino abbandonato, a cui si aggiunge un’analoga capacità di protezione dai vissuti dolorosi, legati alla sterilità e al fallimento, propri dell’adulto.

Questo significa che il genitore deve essere in grado di accogliere, contenere in sé ed elaborare gli aspetti dolorosi del bambino, che sono legati alla sua storia passata, restituendoglieli in forma meno angosciosa e pericolosa, in modo da permettere al piccolo di farli propri e dotarli di significato senza essere costretto a difendersene rimuovendoli (i bambini che non riescono a ricordare e parlare del proprio passato) o proiettandoli (le crisi di rabbia o di depressione improvvise e devastanti, apparentemente inspiegabili e slegate dal contesto).
Se il bambino sente che c’è una parte di sé che è “indicibile” agli adulti di riferimento, perché troppo difficile o dolorosa per loro, tenderà a nascondere quella parte di sé nel proprio mondo interno e ad offrire loro solo risposte conformi alle aspettative genitoriali, attuando un adattamento parziale e superficiale.


Il suo passato e il suo dolore, però, continueranno ad esistere in un’area nascosta e segreta, in uno spazio non condiviso, ponendosi come un ostacolo nella creazione di un rapporto di fiducia con i nuovi genitori.
È essenziale, quindi, che i genitori sappiano accogliere non solo le parti del bambino che desiderano una nuova vita, quelle parti che in breve tempo imparano una nuova lingua, si adattano al nuovo ambiente e mostrano tutto il desiderio di essere amate, ma anche quelle legate ad un eventuale passato traumatico, le parti arrabbiate, tristi e spaventate, per permettere la loro espressione e per dar loro un significato.
È, infatti, proprio la possibilità di accogliere e accettare anche gli aspetti negativi del bambino, mantenendo un atteggiamento di apertura rispetto ai sentimenti di perdita e di dolore legati alle precedenti figure di attaccamento, ciò che permette di svolgere la basilare funzione di sostegno al figlio nell’elaborazione e ricostruzione della propria storia.

La possibilità di stabilire nuovi attaccamenti deriva, infatti, dalla possibilità di pensare e mentalizzare l’esperienza di separazione con l’aiuto di adulti significativi per il bambino, evitando così che tale esperienza si trasformi in trauma.
Se il bambino idealizza l’oggetto d’amore perduto avrà delle difficoltà ad investire i suoi affetti nel genitore adottivo, se idealizza quest’ultimo, invece, non riuscirà a sperimentare i vissuti di perdita legati al genitore abbandonante e non riuscirà, quindi, a staccarsene definitivamente.

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Posted by Redazione

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