Credo che siamo uno dei pochi Paesi al mondo in cui salutiamo positivamente ogni novità, senza capirne nulla veramente, confondendo il nuovo con il buono, perdendo e dimenticandoci di dettagli fondamentali. Lo avete sentito, sono arrivati i decreti attuativi del Jobs Act.

Una delle misure che vanno a “innovare” la disciplina dei congedi parentali, ci fornisce la possibilità di modulare il nostro rientro dalla maternità, adottando un part-time con le ore del congedo parentale (la disciplina precedente lo prevedeva cadenzato solo su quota giornaliera, indivisibile).

Punto primo, con le ore di allattamento, fino al primo anno si ha diritto a una riduzione oraria. Poi, si tratta di tornare al lavoro praticamente dopo i mesi di maternità obbligatoria, con un bambino di pochi mesi da "sistemare". Ecco non è che una maggiore flessibilità, dietro la quale non viene offerto nulla che sostenga tale possibilità. In un precedente post avevo parlato di tempi di rientro al lavoro e di come secondo, molti studi, assenze troppo prolungate fossero controproducenti per le madri.

Questo è comprensibile e ha un suo senso, ma non credo che tornando subito al lavoro si eliminino totalmente i problemi e le discriminazioni. Solo un soggetto avulso dall'esperienza genitoriale può concepire che rientrare al lavoro dopo i tre mesi di congedo obbligatorio possa essere una strada facile e accessibile a tutti.

Chi gestisce un bambino così piccolo? Tate, nonni (quest’ultima ipotesi è il solito welfare gratuito, che fa comodo a uno stato semi-assente)?
A volte mi chiedo perché ci chiedono di far figli, se poi pretendono che siano altri a gestirli e a educarli al nostro posto.

Noi dobbiamo fare figli, ma produrre PIL allo stesso tempo, mettendoci nei panni dei poveri "distributori" di lavoro. Tanto vale non  farli i figli. Ieri ero in biblioteca con mia figlia. C'era un bimbo di circa 10 mesi, vestito firmato dalla testa ai piedi, accompagnato da una tata dolcissima. Erano le 19 passate. Mi ha fatto una tristezza enorme.

Lo so, il lavoro è importante, ma questo spesso ci porta a sacrificare cose importantissime, che passano e non tornano più. Anche perché non  è detto che il nostro sacrificio e il nostro rientrare al lavoro presto, sia poi riconosciuto dal nostro datore di lavoro. Potremmo essere comunque a rischio, potremmo perdere il lavoro anche se ci mostriamo pronte a sacrificare ogni cosa, anche nostro figlio. Ricordiamoci poi che un figlio non è un bambolotto, nei primi anni i bimbi si ammalano di frequente e avremo bisogno di assentarci.

Che faremo quando il congedo sarà finito, le assenze per le malattie del figlio non ci verranno retribuite, non potremo più accettare trasferte lunghe, orari massacranti? Perché il lavoro oggi  è soprattutto assenza di "limiti". Che faremo, continueremo a fregarcene di tutto e penseremo che il bene supremo è semplicemente conservare il posto di lavoro, costi quel che costi?

Ho decine di storie da raccontare di persone pentite di aver perso infanzia e adolescenza dei figli. Forse dovremmo fermarci prima, a riflettere, anche alla luce del fatto che oltre un certo numero di ore, non rendiamo più, le 8 ore (e più) sono in buona parte perse e improduttive (1).

“As technologies and methods advanced, workers in all industries became able to produce much more value in a shorter amount of time. You’d think this would lead to shorter workdays.

But the 8-hour workday is too profitable for big business, not because of the amount of work people get done in eight hours (the average office worker gets less than three hours of actual work done in 8 hours) but because it makes for such a purchase-happy public. Keeping free time scarce means people pay a lot more for convenience, gratification, and any other relief they can buy. It keeps them watching television, and its commercials. It keeps them unambitious outside of work.”

In sostanza, man mano che le tecnologie avanzano, dovremmo produrre di più in meno tempo, con conseguente diminuzione dell’orario di lavoro. Un lavoratore medio sembra che compia solo tre ore di lavoro effettivo all’interno di una giornata da 8 ore. Nel pezzo, si sostiene che la giornata di lavoro composta da 8 ore è molto conveniente per il sistema produttivo. Ci resta così poco tempo libero, che diventiamo degli acquirenti perfetti, disposti a comprare di tutto, a riempire la nostra esistenza di oggetti per gratificarci e renderci più comoda la vita, illudendoci di ridurre a zero lo stress nel nostro tempo libero e di tenere tutto in un equilibrio fallace. Il tempo di lavoro che sbrana il nostro tempo di vita ci rende poco “attivi” e più soggetti passivi, meno critici rispetto a quello che ci accade intorno, un po’ appiattiti sull’ottovolante che ci fa girare a un ritmo sempre più vorticoso. Siamo talmente impegnati che non ci accorgiamo di ciò che davvero manca alla nostra vita.
E spingiamo le nostre famiglie su questo ritmo forsennato di lavoro-consumo-lavoro. E pensiamo che la felicità e una vita di successo siano questo.

Ci ostiniamo a credere che questo sia l'unico modello possibile, anziché pensare a delle alternative e a utilizzare in modo più intelligente il nostro tempo di vita e di lavoro. Il part-time che ci viene offerto, non è che fumo negli occhi, perché ci sottrae un tempo troppo importante.

Chi ha un bambino sa di cosa parlo. Ci sono fasi delicatissime. Personalmente, pensavo di poter gestire tutto, con il nido a partire dai 7 mesi. Ci credevo, ci ho provato, quando mia figlia ha compiuto un anno e mezzo, ho compreso che avevo sottovalutato tanti e troppi problemi.

Ho tirato il freno e ho compreso che i tempi e le necessità dei bambini non possono sempre coincidere con i nostri. Ciò che ci servirebbe davvero è che ci venga data la possibilità di scegliere in autonomia il part-time dopo il congedo parentale, perché è in quella fase che oggi manca la tutela. Prima, è solo una trovata da gioco delle tre carte.

Ci hanno dato una possibilità, adoperando ore che ci spettavano già prima di diritto. Spalmare delle ore anziché giorni, ammesso che poi i datori di lavoro acconsentano e non convincano le madri a stare a casa. Il tempo parziale non piace a molti datori di lavoro, altrimenti non si rifiuterebbero di concederlo a una madre, che lo chiede per motivi seri.

In questo paese le madri in queste condizioni, davanti a bivi di questo tipo, vengono "invitate" a dimettersi. Con auguri di pronta guarigione, ma lontano dal lavoro.

 

Articolo di Simona Sforza
Twitter @sforzasimona

(1) http://themindunleashed.org/2014/12/lifestyle-already-designed-real-reas...

 

Ritratto di Simona Sforza

Posted by Simona Sforza

Blogger, femminista e attivista politica. Pugliese trapiantata al nord. Felicemente mamma e moglie. Laureata in scienze politiche, con tesi in filosofia politica. La scrittura e le parole sono sempre state la sua passione: si occupa principalmente di questioni di genere, con particolare attenzione alle tematiche del lavoro, della salute e dei diritti.
    

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