Travaglio e parto: a cosa servono?

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A cosa serve il travaglio? Cosa è il parto?
Entrambi non servono solo a far nascere un bambino, sono momenti di passaggio dalla gravidanza alla vita normale ed hanno bisogno di tempi lunghi, per approfondire questa esperienza nella donna e maturarla.

Il parto è quindi: un momento di passaggio, una separazione dal corpo del bambino, è prendere coscienza di sé, è incremento della forza interiore, una crescita.
Per partorire in modo naturale, bisogna comprendere cosa è il dolore e a cosa serve.  Per nascere il bambino è spinto da una forza incredibile che lo direziona verso il perineo per aprirlo. L’istinto di conservazione e la paura di morire, tendono a far chiudere la donna e ciò aumenta il dolore fisico. Se invece lei si abbandona e si lascia aprire, soffre meno.

Ogni tipo di separazione crea dolore: ma se il dolore da parto non si manifesta (come ad esempio nel taglio cesareo), il dolore resta dentro alla donna e tenderà a manifestarsi nel suo comportamento, nella  “non crescita”.
Il dolore fisico serve per scaricare l’esperienza del parto tant’è che la maggior parte delle donne lo dimenticano.

Il “passaggio” e la “coscienza di sé” sono le due massime esperienze che fanno crescere  la donna e la trasformano accumulando energia in lei. La donna impara a conoscere i propri limiti contenendo paura e dolore (es.:“Non ce la faccio più!…….Ma ci sono riuscita!) e acquisisce con il suo parto, la forza.
Se il parto è vissuto in modo alienante, diviene alienante anche crescere il bambino e contemporaneamente peggiorano anche i rapporti con il partner.
 
PRIMO PERIODO = FASE LATENTE O DI ADATTAMENTO AL TRAVAGLIO (CONFLITTUALE)
Questa fase rappresenta l’incontro con il dolore, la conflittualità donna-madre  e perdura sinché la donna non si è adattata al travaglio accettando la separazione.
La donna deve essere messa a conoscenza del tipo di contrazioni che avrà: all’inizio non sono uguali tra loro e tendono a passare velocemente. Adesso possono rompersi le membrane.

La donna è irritabile, non si concentra sulle cose, c’è un atteggiamento di rifiuto dell’esterno, richiede attenzioni e cure. Un po’ prima del parto ha turbe del sonno e fa brutti sogni, si sveglia continuamente ed urina spesso perché la testa del bambino sta scendendo nel bacino. Inoltre non sopporta più la pancia e non vede l’ora di partorire, ha nausea, va spesso d’intestino perché l’ossitocina ha il compito di attivare le contrazioni ma anche quello di ripulire il corpo (vomito-diarrea).

Quando è vicinissima al travaglio, scompaiono le turbe del sonno e le contrazioni divengono più regolari ed iniziano ad intensificarsi affinché si appiani completamente il collo uterino. La donna è molto eccitata ed ha dolore, ma tra una contrazione e l’altra riesce ancora a parlare tranquillamente.

Nella fase latente l’Ostetrica deve consigliare alla donna il risparmio energetico: riposo, distrazione da quanto accade nell’attesa che si intensifichi il travaglio, mettersi in una situazione di serenità con luci soffuse e musica per creare un ambiente di relax.
Potrà far alimentare la donna con miele, succhi di frutta, frutta secca, tisane. Il respiro deve essere indirizzato nella zona dolente perché con l’acquisizione dell’autocontrollo le donne divengono più fiduciose; intanto si possono sperimentare varie posizioni ed eventualmente fare un bagno caldo (anche se le membrane amniotiche sono rotte) e se il travaglio è ben iniziato.
 
SECONDO PERIODO = FASE DILATANTE O DI APERTURA ARMONIOSA DEL CORPO
Quando le contrazioni uterine divengono regolari, e cioè una contrazione ogni 2-3 minuti della durata di 50 secondi-1 minuto, con un collo uterino appianato (nelle primigravide) e 3 cm. di dilatazione, si può parlare di travaglio: il corpo della donna si apre passivamente mentre lei è attiva. In questa fase la donna inizia a perdere il proprio IO per aprirsi del tutto e far nascere il suo bambino.
Durante la contrazione non parla più, ha spesso scariche intestinali ripetute, ci può essere perdita del tappo mucoso con striature di sangue, vomito, bisogno di urinare spesso.

Se intervengono situazioni che bloccano la sua psiche, il travaglio può bloccarsi: infatti lei si riprende il suo IO  lo controlla, così blocca la dilatazione.
Intorno ai 5 cm.,  se rispettiamo i tempi del travaglio senza interferire, può verificarsi una fase di “adattamento emotivo” che si manifesta con un abbandono al riposo, dolcemente, per riprendere energia mentre le contrazioni si diradano.
Adesso la donna va lasciata stare, senza intervenire, nell'attesa che il travaglio riprenda.

L’Ostetrica  oltre a controllare i parametri vitali, cura l’alimentazione e l’idratazione in caso ci sia stato vomito; deve dare un senso di sicurezza e competenza alla donna, senza per questo sostituirsi a  qualcuno dei parenti.
Può fare un massaggio sulla zona dove ha dolore e coinvolgere il partner a collaborare. Nel massaggio il contatto deve essere lieve, lento e caldo: massaggiare la regione lombare, l’interno delle cosce e durante la contrazione comprimere con le mani la zona sacrale, respirando con lei.

Può suggerire impacchi di acqua calda con sale grosso (che viene riscaldato da solo e messo sul sacro con del cotone): questo attira verso l’esterno il dolore.
Poi il travaglio riprende incalzando con contrazioni della durata di un minuto, una ogni due minuti.

Questo momento è per la donna il più impegnativo perché sente più dolore ed è più stanca. Il dolore intenso deve portarla alla perdita di sé. Lei tiene gli occhi chiusi ed è presa solo dalle contrazioni e dalle pause. Questo è anche il momento della massima passività mentre l’uomo fa l’esperienza dell’impotenza perché vede la sua compagna soffrire e non sa cosa fare, si sente escluso perché vede che lei si chiude in se stessa.

In questo periodo è necessario evitare qualsiasi evento esterno, si deve creare un ambiente protettivo, silenzioso affinché la donna si trovi sola, con se stessa
Sui 9 cm, quando del collo uterino resta solo il bordo anteriore,  ci può essere un altro momento di pausa che serve di preparazione e le contrazioni si diradano. L’Ostetrica invita la donna a lavarsi, a muoversi un po’, se invece si addormenta, la lascia riposare. Più la donna ha paura più questa fase si allunga. Infatti non sempre la dilatazione completa corrisponde al periodo espulsivo: solo se lei spinge volontariamente, entra in questa fase!
 
TERZO PERIODO = FASE ESPULSIVA  O DI SEPARAZIONE DAL BAMBINO
Al termine della fase di transizione (tra 9 e 10 cm.), l’ossitocina aumenta e la donna sente il bambino che scende e spinge e quindi accetta la separazione e di farlo nascere. Esce dal suo intimo, dal suo inconscio per chiedere aiuto.

L’Ostetrica deve conoscere ed interpretare i messaggi del corpo, ascoltandone i suoni e guardando le posizioni spontanee per evitare di visitarla continuamente. Quando ella sente il premito, è la testa fetale che preme nel fornice posteriore, creando automaticamente maggiore dismissione di ossitocina. Solo dopo 4-5 contrazioni la donna può accompagnare la spinta in espirazione per risparmiare energia.
L’Ostetrica sostiene la donna e la coppia senza verbalizzare, ma portandola verso il riposo durante le pause e aiutandola a spingere con la contrazione: ricrea il RITMO.
 
LA SPINTA ED IL PERINEO
Nella spinta, l’espirazione va diretta attraverso il corpo sulla zona del dolore; collaborano con le contrazioni uterine i muscoli del torchio addominale.
La spinta in posizione supina a glottide chiusa, fa sì che anche il perineo si chiuda; la spinta non avviene in modo corretto, la donna si sente passiva e spesso gli operatori intervengono con  manovre di  spinta sull’utero per accelerare la nascita del bambino. Inoltre in posizione supina si possono verificare decelerazioni del battito fetale per schiacciamento (da parte dell’utero e del bambino) dei grossi vasi sottostanti l’utero. Ciò causa una momentanea ipotensione e decelerazioni, che spesso sono la causa principale di una maggiore operatività dei sanitari.

La spinta in posizione verticale sfrutta tutta la contrazione ed il torchio addominale lavora al meglio grazie anche alla forza di gravità; la gola non deve essere chiusa ma deve collegarsi con l’utero ed il perineo.
Ad esempio l’emissione del suono AHHHHHHH apre la gola e la vagina: la donna riesce ad usare la voce solo se è messa in una condizione di agio.

Il perineo è un muscolo misto con azione involontaria e volontario perché composto da tessuto liscio e striato. Le fibre perineali sono orizzontali e soprammesse, solo nel parto divengono verticali dando movimenti peristaltici verso l’esterno, per espellere il corpo fetale.
Se il perineo viene manipolato dall’ostetrica o dalle figure presenti al parto, le peristalsi muscolari si invertono. Ecco per quale motivo il “parto verticale” risulta preventivo rispetto alle manovre invasive.

Va fatta accettare alla donna la realtà della separazione dal bambino suggerendole di guardarsi allo specchio e di toccarsi: è la paura stessa che fa espellere il feto con il RIFLESSO DI EIEZIONE (vedi: “La sessualità del parto”).
Per prevenire le lacerazioni del perineo, in gravidanza può essere rinforzato con massaggi con OLIO DI MANDORLE O IPERICO, stringendo e rilasciando lentamente i muscoli. Possono anche essere praticati dei semicupi al TIGLIO.

La donna deve abbandonare le paure e i propri tabù, deve esercitarsi con l’emissione della vocale AAAAAAAA a bocca aperta.
Quando il bambino arriva sul perineo inizia a dilatarlo partendo dal coccige, poi si apre l’ano con il retto e ultima la vagina.
Se il perineo è ben preparato, se si adotta una posizione verticale che amplia sino al 30% lo spazio del bacino, non è necessario praticare l’episiotomia (taglio del perineo).
 
IL DISIMPEGNO E LA FASE DI ACCOGLIMENTO
Il disimpegno del bambino avviene da solo, senza toccare la testina.  Il cordone ombelicale va lasciato pulsare e non tagliato perché corregge lo squilibrio acido-base del neonato. E’ necessario che la donna assuma, nel periodo espulsivo, degli zuccheri per il bambino; solo quando il cordone è bianco e collassato lo si può tagliare, ma si può fare anche dopo l’espulsione della placenta (secondamento).

Il bambino esce da solo: è accolto su un cuscino o su un panno morbido e caldo. In genere nel parto verticale non è necessaria l’aspirazione, ma se è fatta, deve esserlo in modo superficiale per non stimolare il riflesso vagale localizzato nel tubo faringeo, che causerebbe una bradicardia.
L’Ostetrica osserva il neonato per dare l’Apgar, ma favorisce l’incontro madre-bambino e padre.

Propone alla madre di attaccarlo al seno per far contrarre ancora l’utero in modo spontaneo ed emettere la placenta; in seguito aiuterà il padre a lavarlo.
Anche se questo è un momento di intensa felicità ed emozione, non va fatta calare la “tensione” affinché avvenga anche il secondamento. Spesso l’ostetrica le suggerisce di soffiare l’aria all’esterno dando piccole spinte e di massaggiarsi il fondo uterino. Infatti dopo il parto quest’ultimo si innalza verso il fegato, sotto la linea ombelicale:  la placenta si stacca perché priva di muscolatura e quindi non può seguirlo.

Il secondamento o emissione della placenta, dipende solo dalla donna in quanto è una nuova apertura di sé, della sua mente, del suo intimo.

Articolo di Antonella Marchi, Ostetrica
Associazione per la nascita e la maternità personalizzata "
Nascita Dolce"

09/10/2010 - 17:12