Questione di gender gap: la partecipazione al mercato del lavoro ha un costo

Lo so, dobbiamo partecipare la mercato del lavoro, fa bene al Pil, fa bene al Paese, ma a noi fa bene? Dopo tante analisi alla fine il consiglio è sempre quello di tenersi stretto il lavoro. Quale e a che condizioni non sembra importare, perché si sa che poi i figli crescono e che uno stipendio in più fa sempre comodo, che i matrimoni finiscono e l'autonomia è sempre meglio, che senza un lavoro per la società non esisti.
Non sia mai discostarsi dal mantra "produci-consuma-crepa". Non importa altro, solo denaro e successo, ammesso poi che uno faccia un lavoro gratificante o per lo meno con qualche soddisfazione.
Ammesso che lo si abbia, regolare e non a tempo determinato, a singhiozzo o in nero.
Ammesso che il tuo datore di lavoro non lo lasci scadere senza rinnovarlo.
"Ammesso che davvero" troppe cose.

Leggo qui che:

"Il costo dei servizi sostitutivi del lavoro domestico e di cura dei bambini, in assenza di nonni o di altri familiari, è pari a circa 500 euro al mese. Questa tesi è confermata dall’analisi del tasso d’occupazione femminile per titolo di studio: cresce con l’aumento del livello d’istruzione, dal momento che è molto probabile che a titoli di studio più alti corrispondono anche salari più elevati, che consentono di pagare più agevolmente i servizi di cura dei bambini."

Qualcosa non mi torna, perché il budget necessario nel mio caso andava ben oltre i 500 euro e non mi avanzava nulla tra nido e baby sitter, considerando poi il numero di permessi non retribuiti che mi dovevo prendere per le malattie di mia figlia. Sapete quanti giorni al mese può passare a casa malato un bambino under 3 e anche dopo? Ricordo inoltre che non è assolutamente vero e universale che a titolo di studio più elevato corrispondano contratti e salari migliori.
Quindi ragazzi di che parliamo? Le casistiche sono talmente varie da risultare improponibile una analisi completa, che fotografi la situazione dell'attuale mercato emerso e sommerso del lavoro.
Anche se l'analisi proviene dal Consiglio nazionale dei consulenti del lavoro.

Il lavoro di cura gratuito a carico quasi esclusivo delle donne ha un impatto notevole sulla partecipazione lavorativa: chi ha un basso salario è disincentivato a lavorare, dovendo impiegare la  totalità (o quasi) dello stipendio in babysitter, nidi, tate ecc.

Chiaramente occorre ridurre il costo dei servizi di cura per l’infanzia attraverso agevolazioni fiscali e con misure più ampie come quelle di welfare aziendale che prevedano la partecipazione ai costi da parte delle imprese, rivolte innanzitutto alle fasce di lavoratori con più bassi livelli d’istruzione e quindi di reddito. Dobbiamo però anche ricordarci che non è detto che a livelli più alti di istruzione corrispondano salari più elevati. Anche le forme di welfare aziendale vedono le donne in posizione più svantaggiata: se pensiamo ai benefit più diffusi, buoni pasto e mensa aziendale, le donne spesso soggette a part-time, sono escluse da queste misure. E poi gli asili aziendali sono ancora una eccezione e non la regola.

Tasso d’occupazione delle madri (25-49 anni) con figli conviventi per presenza difigli minori, sesso e titolo di studio – Anno 2015 (valori percentuali e in punti percentuali):

Immagine grafico lavoro e titolo di studio

 

Occupati dipendenti (15-64 anni) beneficiari di misure di welfare aziendale per tipologia e sesso - Anno 2014

IMMAGINE - Occupati dipendenti (15-64 anni) beneficiari di misure di welfare aziendale

 

Secondo lo studio del Consiglio nazionale dei consulenti del lavoro:

"la scelta di non cercare un’occupazione da parte della grande maggioranza delle madri inattive per motivi familiari è volontaria, anche se in alcuni casi condizionata da stereotipi di genere e da motivi culturali. Infatti, è emerso da alcuni studi che la decisione di non lavorare deriva anche dalla convinzione che la qualità dell’assistenza che può dedicare una madre ai figli non è comparabile con quella di un asilo o di una babysitter e, per quanto riguarda esclusivamente alcune etnie d’immigrati, dal confinamento del ruolo delle donne fra le mura domestiche. Del resto, anche nel resto dell’Unione europea il 50% dei bambini sotto i tre anni è assistito dai genitori, e solo il 28% è affidato agli asili nido. L’influenza di motivi culturali nella decisione di non lavorare in presenza di figli dei figli emerge anche dall’analisi delle risposte delle donne per cittadinanza: il 77% delle madri italiane dichiara che non ha cercato lavoro per altri motivi, diversi da quelli dell’inadeguatezza dei sevizi di cura per l’infanzia e le persone non autosufficienti, ma una percentuale maggiore di 7 punti percentuali si registra tra madri immigrate extracomunitarie (84%) e, in misura minore, tra le straniere comunitarie (81%)."

 

Madri inattive (25-49 anni) con figli conviventi che non cercano lavoro per l’inadeguatezza dei servizi di cura per la famiglia o per altri motivi per ripartizione geografica – Anno 2015

IMMAGINE Madri inattive (25-49 anni) con figli conviventi che non cercano lavoro

 

 

Stiamo attenti a sostenere che non è la carenza di servizi a frenare la ricerca di un lavoro, perché questo potrebbe portare a distogliere risorse da soluzioni atte a migliorare questi servizi.

Come avevo rilevato qui, è necessario leggere criticamente le statistiche, per evitare di descrivere una realtà deformata.

Soffermiamoci inoltre a leggere i risultati della recente indagine Istat:

"Nell’anno scolastico 2013-2014 l’Istat ha censito in tutta Italia 13.459 unità che offrono servizi socio-educativi per la prima infanzia, il 35% è pubblico e il 65% privato: i posti disponibili, in tutto 360.314, coprono il 22,4% del potenziale bacino di utenza, ossia i bambini sotto i tre anni residenti in Italia. Per i servizi socio-educativi rivolti alla prima infanzia i Comuni hanno impegnato nel 2013 circa 1 miliardo 559 milioni di euro: il 3% in meno rispetto all’anno precedente. Pressoché invariata, fra il 2012 e il 2013, la cifra incassata dai Comuni per la compartecipazione alla spesa da parte delle famiglie, circa 310 milioni di euro. Nel decennio 2003-2013, la quota a carico delle famiglie è aumentata dal 17,5% al 20% della spesa comunale complessiva per gli asili nido.  Al Centro-nord i posti censiti nelle strutture pubbliche e private coprono il 28,2% dei bambini sotto i 3 anni, mentre nel Mezzogiorno si hanno 11,5 posti per cento bambini residenti. Oltre il 17% dei bambini del Centro-nord è accolto in servizi comunali o finanziati dai Comuni. Nel Mezzogiorno è meno del 5%."

Qui i dati di dettaglio.

Il problema dei servizi carenti esiste ed è innegabile.

Per avere un quadro più completo e capire cosa ci porta fuori dal mercato del lavoro, forse sarebbe utile incrociare i dati sulle convalide delle diminissioni volontarie, di cui avevo parlato qui.

Inoltre seguire un figlio non è una cosa che termina con l'infanzia. Avete mai sentito parlare di problemi adolescenziali? Resta sempre aperta la mia domanda su come conciliare un lavoro che ti chiede di stare dal cliente 8 e più ore e spostamenti casa-lavoro di almeno 2 ore A/R?
Io laureata, con stipendio da 1.200, carriera bloccata, zero premio a fine anno in quanto mamma. Straordinari non pagati. Se chiedi il part-time ti consigliano di dimetterti. Il tempo indeterminato, qualora lo si abbia, si sgretola assai facilmente. Questa è la realtà.
Resistere senza potere contrattuale, senza le spalle coperte, rivedendo la figlia alle 21, nei weekend fare le pulizie e sistemare casa perché non ti puoi permettere di pagare una colf. E se uno dei due genitori lavora su turni? Avete idea di cosa può accadere?
Rientrare è più difficile perché non ti concedono flessibilità. Io potrei rientrare, ma alle condizioni suddette. Sono temi che mi riguardano da vicino, che hanno segnato la mia vita. Ho scelto di dimettermi indotta a farlo, da un contesto diventato ingestibile e opprimente, non so se mi spiego. Ho pianto consegnando le dimissioni volontarie, che ho anche dovuto confermare. Un indeterminato sudato che si è sgretolato.

Inoltre, resistere, perché? Perché pensate che dopo 10 anni di trincea, resistendo per tenersi il posto, il datore di lavoro cambierà improvvisamente opinione e ti stenderà il tappeto rosso per una carriera brillante alle soglie dei 50 anni? Pensate che il datore non coglierà la prima occasione per mandarti via?
Avete visto i numeri di licenziamenti per giusta causa? Perché pensate che trasferte all'estero siano fattibili sempre, con uno stipendio misero, bloccato e magari con un lavoro che non è quello per cui si è studiato e che è già di per sé un compromesso? Avessimo uno stipendio da 3-4.000 euro certo che ci terremmo stretto il posto di lavoro. Io mi sarei accontentata di ricevere uno stipendio adeguato ai miei studi e alla mia esperienza. Ma si sa che quando cerchi lavoro accetti tutto pur di lavorare. Ma mediamente siamo a livelli che fanno venire i brividi, per cui anche 1.000-1.200 euro sono un ottimo risultato. In molti casi lavoriamo in nero, in molti casi nulla ci è dovuto.

Rincuora non poco leggere questa analisi di Alessandro Rosina che dimostra di aver ben presente la realtà.

"Per chi ha lasciato la casa dei genitori e ha formato un’unione stabile, la possibilità di trasformare l’arrivo di un figlio da desiderio a realizzazione effettiva, è legata a vari fattori. Tra tutti pesano, in particolare, l’incertezza occupazionale e di reddito, assieme alla difficoltà di integrare positivamente tempi di vita e tempi di lavoro. In questi ultimi anni gli strumenti di composizione al rialzo dell’impegno familiare con quello lavorativo sono rimasti cronicamente carenti, mentre la crisi economica ha peggiorato la possibilità per le coppie di avere una doppia entrata, con almeno una delle due solida e continuativa. I dati Istat e il recente rapporto Caritas su povertà ed esclusione sociale documentano come siano cresciute le difficoltà soprattutto per i nuclei con persona di riferimento under 35. Mostrano, inoltre, come la povertà risulti legata sia alla mancanza di impiego che alla presenza di minori. E’ necessario, allora, far diventare esperienza positiva l’avere un figlio, in grado di migliorare il benessere di chi fa nascere e di chi nasce, limitando i rischi di produrre impoverimento relazionale e materiale."

 

Benessere, questo è il cuore del problema. Non ce ne voglia la Ministra Lorenzin se non ci riproduciamo abbastanza, sa non ce la passiamo bene a livello di impiego produttivo e non è detto che quello riproduttivo debba essere sempre dato per scontato. Troppe cose vengono date per scontate, gratuita cura, gratuita assistenza, semigratuito lavoro, diritti acquisiti in via di dissolvimento. Quel benessere si allontana sempre più, e ci chiediamo con che coraggio ci si chieda ancora ulteriori sacrifici e salti nel vuoto.

Andrebbe ridotto il costo dei servizi di cura per l’infanzia e oltre attraverso agevolazioni fiscali e con agevolazioni realmente vantaggiose per le aziende che investono in forme di welfare aziendale, che non penalizzi le donne, e che deve affiancarsi e non sostituirsi al welfare statale, l'unico in grado di sanare eventuali discriminazioni e lacune.

Rosina sa bene che tanti hanno preferito lasciare questo Paese, spesso con titoli di studio elevati, segno che evidentemente nessuno se la passa bene, che l'autonomia arriva tardi e non è per nulla scontata.

Si pretende troppo da noi donne, si pretende che sappiamo resistere, mantenere un lavoro, occuparci della cura familiare, sembra che i figli siano ancora una questione prettamente da donne.

Speriamo che si muova qualcosa sul fronte del congedo di paternità, nella direzione indicata da Tito Boeri qui. Il congedo deve essere reso obbligatorio perché già ora il secondo giorno è poco utilizzato, non tutti sono informati e alle aziende fa comodo. Per cambiare la cultura occorre usare questi strumenti, altrimenti i compiti di cura resteranno sempre in capo alle madri, che per questo saranno più soggette a discriminazioni nel lavoro.
Di buone ragioni per sostenere un congedo di paternità "lungo" ce ne sono tante. L'obiettivo parità parte anche da questo aspetto.

La condivisione deve essere incentivata, deve essere conveniente e non discriminante. La conciliazione non è un lusso, ma un diritto fondamentale di tutti. Ne parlavo qui, analizzando i suggerimenti dell'UE a riguardo.

Ho letto questa affermazione: "Il lavoro non è solo questione di stipendio: permette di confrontarsi con altre persone fuori casa, di mantenere relazioni sociali e di evitare il rischio di isolamento."

Posso sinceramente e pienamente dire che la mia vita sociale è esponenzialmente migliorata da quando sono stata gentilmente agevolata a dimettermi. Prima i miei contatti erano quasi prettamente lavorativi e non avevo tempo da dedicare a un impegno sociale, politico sul mio territorio. I miei interessi si erano chiusi nella dimensione lavorativa. Non avevo tempo per altro, visti i miei orari di lavoro. Pensate, nessuno dei miei colleghi mi ha chiamata quando sono diventata mamma. Forse anche questo ha pesato sulla mia scelta finale. Non credete?

E poi, altro grosso impegno dovrà essere profuso per rispondere a un cambiamento in atto già da tempo. Le famiglie tendono a essere sempre più piccole e perciò sempre più frammentate e socialmente isolate, soprattutto tra gli anziani.

L’aumento dei single e la diminuzione del tasso di fertilità ha determinato nell’ultimo decennio la stagnazione delle famiglie con figli (11 milioni) e la crescita di quelle senza figli, da 12 milioni nel 2004 a oltre 14 nel 2015.

IMMAGINE Famiglie

 

Impegniamoci seriamente anche nell'incrementare l’efficacia dei servizi pubblici e privati per il lavoro nell’intermediazione tra domanda e offerta.
Ad oggi per le donne, come per gli uomini (qui si che si è raggiunta la parità) conta la rete familiare, di conoscenze, di amicizie per trovare lavoro.
Per le donne che magari sono uscite dal mondo del lavoro a causa di una maternità o di mobbing, o che fanno fatica a trovarne uno è difficile rientrare senza avere a disposizione questo tipo di paracadute.
Quando diventeremo un Paese più equo, con pari opportunità di accesso e con un sistema d'impiego trasparente e meritocratico, avremo fatto già parte del cammino.

 

Genitori occupati (25-49 anni) con figli conviventi per canale attraverso il quale ha trovato l’attuale lavoro e sesso – Anno 2015

 

IMMAGINE Genitori occupati (25-49 anni) con figli conviventi per canale recruitment

 



Articolo di Simona Sforza

 

 

 

 

Ritratto di Simona Sforza

Posted by Simona Sforza

Blogger, femminista e attivista politica. Pugliese trapiantata al nord. Felicemente mamma e moglie. Laureata in scienze politiche, con tesi in filosofia politica. La scrittura e le parole sono sempre state la sua passione: si occupa principalmente di questioni di genere, con particolare attenzione alle tematiche del lavoro, della salute e dei diritti.

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