“Mamma, papa'… ho paura!’’- Le paure piu' frequenti dei bambini nelle varie fasi della crescita

La paura è un’emozione molto importante in quanto è funzionale alla sopravvivenza dell’individuo esposto ad un potenziale pericolo; è una percezione soggettiva di una minaccia reale o immaginaria alla propria persona (o ad altre persone) che attiva le forze del corpo necessarie alla difesa o alla fuga.

La paura è associata a molteplici reazioni fisiche prodotte dal sistema nervoso vegetativo: il battito cardiaco e il respiro accelerano, la muscolatura si contrae, la circolazione sanguigna si modifica, le mani aumentano la sudorazione, si percepiscono spesso dolori fisici come il “mal di pancia’’e si possono scatenare reazioni intense come un forte pianto (Preuschoff, 2004).

Nel 1972 il celebre psicologo americano Paul Ekman, grazie ai suoi studi anche su popolazioni residenti in zone remote del pianeta, ha permesso di far rientrare la paura nella classificazione delle emozioni universali; egli ha dimostrato che tali emozioni e le corrispondenti espressioni del volto non sono legate alla cultura di appartenenza bensì sono uguali in tutto il mondo poiché determinate biologicamente.

La paura è quindi un’emozione innata e naturale, parte del processo di crescita ed elicitata da fonti differenti; è importante notare come essa sia provata ed espressa già nei primi mesi di vita e sia sempre meno frequente al crescere della maturità personale.

La paure possono tuttavia diventare patologiche se perdurano per molto tempo, se sono particolarmente numerose e intense e se si ripercuotono negativamente sulla vita personale e sociale del bambino. In questo caso è consigliabile monitorare attentamente la situazione e rivolgersi ad esperti del settore al fine di aiutare l’infante a ritrovare il proprio benessere psicofisico.

Sebbene esistano molteplici differenze individuali, in determinate fasi dell’ età evolutiva è comunque possibile riscontrare alcune paure più frequenti di altre (Quadrio Aristarchi, Puggelli, 2006).

Nei primi mesi dopo la nascita la paura principale del neonato è relazionata alla perdita del contatto fisico con i genitori e verso gli 8 mesi circa, con differenze individuali, l’infante comincia a temere gli estranei. Perciò è normale se un bambino che nei primi mesi era socievole e si lasciava coccolare da tutti verso quest’ età cominci a manifestare disagio e opposizione verso persone a lui poco conosciute.

Con l’acquisizione della deambulazione verso i 12-18 mesi il bambino inizia ad esplorare il mondo e sperimenta la paura fisiologica della separazione dal caregiver (genitore) e dell’abbandono, che tuttavia viene presto superata entro i 3 anni (età in cui spesso si inserisce l’infante alla scuola dell’infanzia) se sussiste un attaccamento sicuro con il caregiver creato dall’aver saputo soddisfare in modo positivo, coerente e contenitivo i bisogni del bambino. Quest’ ultimo quindi esplora il contesto circostante rilassato identificando il genitore come base sicura  (Bowlby, 1989).

Fonti di paura frequenti dopo l’anno, quando il bambino distingue bene la differenza tra sé e il mondo, sono gli animali (es. i serpenti) e dai 2-3 anni in poi anche il buio, poiché in questa età il bambino inizia a sviluppare bene la concezione del pericolo.

 

LA PAURA DEL BUIO

La paura primordiale del buio è molto frequente nei bambini di varie età ed è necessario riflettere come il buio sia relazionato alla notte, un momento in cui il bambino spesso si allontana dai genitori per andare a dormire nella sua cameretta e in cui rimane privo del loro amore e conforto in un contesto senza luce, non direttamente gestibile e potenzialmente imprevedibile in cui si perde l’orientamento.
Tipica dei 3 anni è anche la paura di fare incubi notturni, quindi tra le minacce del buio e dei i brutti sogni è comprensibile l’eventuale insistente richiesta dei bambini di poter dormire con mamma e papà.

E’ importante considerare che l’età dei 2-3 anni è caratterizzata dalla padronanza del corpo e delle capacità motorie, con lo sviluppo di un conseguente senso di potere manifestato con i frequenti “no!” e “non voglio!” indirizzati agli adulti di riferimento.
Insieme a ciò in questo periodo avviene anche l’ educazione al controllo degli sfinteri, che dà al bambino un ulteriore senso di potere sul proprio corpo e sulle altre persone circostanti. In questa fase però può nascere la paura del gabinetto, di essere risucchiati esattamente come sono stati inghiottiti i propri bisogni (Rogge,1998).

Il periodo compreso tra i 4 e i 6-7 anni di vita è caratterizzato da paure di diversi tipi, sia relazionati al contesto ambientale (temporali, guerra, medici…) sia a elementi fantastici (paura dei mostri, delle streghe, dei fantasmi, dei vampiri…).

In questi anni infatti l’immaginazione si amplia moltissimo (Sunderland,2004) divenendo una capacità centrale anche grazie al gioco, il quale rappresenta un’attività essenziale per lo sviluppo cognitivo affettivo e sociale del bambino. La florida immaginazione incentiva anche quel fenomeno psicologico innato ed istintivo esperito da ogni persona chiamato pareidolia, secondo il quale forme amorfe e casuali vengono ricondotte a oggetti conosciuti e famigliari (es.una nuvola nel cielo viene identificata come un cavallo che galoppa).

 

IL PENSIERO MAGICO

È importante inoltre considerare che proprio nei primi 7 anni di vita la modalità di pensiero del bambino è per lo più poco logica e concreta; il pensiero è definito magico ed è caratterizzato dall’animismo ossia il conferimento di emozioni, volontà e capacità di pensiero e di movimento anche ad oggetti inanimati (Piaget, 1926).

Il pensiero magico in relazione alle molteplici paure tipiche di questa fase di sviluppo è importante, poiché permette al bambino di interpretare a suo modo anche eventi complessi della realtà circostante tranquillizzandolo nei suoi timori.

“I bambini credono nella forza della fantasia, credono che con essa si possano fare cose magiche. Se la fantasia può dunque creare mostri e banditi, allora può anche combatterli e vincerli” (Rogge, 1998).

 

 

PAURA DELLA MORTE

Con l’età scolare la morte viene concettualizzata diversamente rispetto agli anni precedenti: se fino ai 6 anni essa non rappresenta di per sé la fine di tutto, in questa fase potrebbe evocare sentimenti di angoscia e paura, soprattutto se le figure di riferimento negano l’argomento o non affrontano le domande e le curiosità del bambino su questa tematica a volte dolorosa e spiacevole (Rogge, 1998) e se il bambino si sente in colpa o mette il proprio comportamento in relazione alla morte senza parlarne con i genitori (Preuschoff, 2004).

Verso i 6-7 anni anche la paura dell’acqua è provata da molti bambini (può comunque manifestarsi già a partire dal primo anno di vita) e dai 6 agli 11 anni circa è nuovamente frequente la paura verso gli animali ma soprattutto verso quelli poco conosciuti (esotici), quelli di grossa taglia e gli insetti.

Spesso in questi anni emergono anche il timore di deludere le figure di riferimento, paure legate alla scuola e si potrebbero intensificare il timore del rifiuto e del ridicolo. In questa fase possono esserci frequentemente anche la paura dei ladri, dei germi, dei rapinatori e dei terroristi (Cohen, 2015) e spesso il bambino in età scolare tende ad immedesimarsi nelle paure provate dai genitori (Preuschoff, 2004). Infine da tenere in considerazione in quest’epoca è anche l’influenza spesso intrusiva dei mezzi di comunicazione (es.la tv) che con rumori, voci, rappresentazioni di morte e violenza possono esporre i bambini a eventi paurosi e destabilizzanti a livello emotivo.

PAURE DEI BAMBINI: COSA POSSONO FARE I GENITORI?

Di fronte alle molteplici paure cosa potrebbero fare genitori e parenti? In generale le paure espresse non devono essere ridicolizzate o negate (es. “non c’è niente di cui avere paura!”) poiché il bambino, non sentendosi accolto emotivamente, potrebbe chiudersi nel silenzio alimentando tali paure in modo disfunzionale.

Alcune paure inoltre non dovrebbero essere discusse razionalmente se il bambino è nella fase del pensiero magico, bensì affrontate assecondando in un certo senso la modalità del pensiero usata (es. non dire “come fai ad avere paura dei mostri fuori dal balcone, i mostri non esistono non devi avere paura!” ma  “ti vedo spaventato da questi mostri, dai andiamo assieme a vedere con la torcia, io sono qui con te! Ecco guarda non ci sono mostri, è tutto tranquillo”.

Soprattutto se molto piccoli i bambini non riescono a verbalizzare adeguatamente le loro sensazioni perciò è consigliabile aiutare il bambino ad esprimere le emozioni attraverso vie espressive come il gioco e il disegno (Sunderland, 2004). Se la paura è suscitata da un animale, un ambiente o un particolare oggetto concreto potrebbe rivelarsi utile anche esporre gradualmente a piccoli step il bambino.

Un’altra modalità piuttosto utilizzata è riuscire a coinvolgere il bambino nella lettura di apposite fiabe storie e racconti, in modo che egli possa identificarsi nella storia e possa comprendere, e gradualmente anche elaborare, le sue paure assieme all’adulto.
Per farsi coinvolgere da una storia i bambini hanno bisogno di chiarezza famigliarità e certezza, cosa che si sviluppa solo ascoltando tante volte la stessa storia, in un’atmosfera che trasmetta loro protezione. Alcuni bambini chiedono che il racconto sia narrato solo una volta, poiché riescono a rivivere ed elaborare mentalmente ciò che hanno ascoltato giungendo a una soluzione.
Per altri bambini invece la ripetizione è parte della favola stessa ed è necessaria finché l’immagine interiore conclude di essere elaborata e solo ad elaborazione conclusa il bambino sarà affascinato da una nuova favola (Rogge, 1998).

Ma la comprensione, la vicinanza, l’incoraggiamento a trovare soluzioni assieme, l’empatia delle figure di riferimento dei bambini e il potere della relazione sono l’aspetto davvero essenziale per aiutare i più piccoli ad affrontare le cose ritenute spaventose: “Chi siamo noi per affermare che la preoccupazione di un bambino è ridicola? Certo, i mostri sotto al letto non sono reali, ma la paura del bambino è reale. Il ridicolo è un vicolo cieco, mentre l’empatia è una strada per arrivare a soluzioni creative” (Cohen, 2015).

 

Fonti di riferimento:

  • Bowlby J. (1989). Una base sicura. Applicazioni cliniche della teoria dell'attaccamento, Cortina Raffaello, Milano.
  • Cohen L. (2015). Le paure segrete dei bambini, Feltrinelli, Milano.
  • Ekman P. (1972). Universals and Cultural Differences in FacialExpressions of Emotions. In Cole, J. (Ed.), Nebraska Symposium of Motivation(pp. 207-282). Lincoln, NB: University of Nebraska Press.
  • Piaget J. (1926). Rappresentazione del mondo nel fanciullo, Boringhieri, Torino.
  • Preuschoff G.(2004). Come capire e superare le paure dei bambini, edizioni Red, Milano.
  • Quadrio Aristarchi A., Puggelli F.R. (2006). Obiettivo bambino. Rischi e opportunità dall’infanzia all’adolescenza,Giuffrè Editore, Milano.
  • Rogge J.- U. (1998). Quando i bambini hanno paura, Pratiche Editrice, Milano.
  • Sunderland M. (2004). Aiutare i bambini… che hanno paura,Erikson, Trento.

Ritratto di Chiara Alberton

Posted by Chiara Alberton

Mi chiamo Chiara Alberton e sono una giovane psicologa residente in provincia di Treviso, Veneto. La mia passione per la psicologia è sempre stata presente fin da piccola e grazie agli studi universitari e ai numerosi tirocini effettuati presso centri specializzati e reparti ospedalieri ho potuto fare esperienza diretta con molte realtà differenti. Negli anni universitari ho scelto di approfondire soprattutto la psicologia cognitiva e la psicologia dell’età evolutiva, che riguarda i bambini e i giovani adulti. Conclusa l’università ho conseguito l’abilitazione per poter operare come operatrice di training autogeno somatico e  ho lavorato come tutor dell’apprendimento anche con bambini con DSA; tale esperienza mi ha condotta a perfezionarmi nella psicopatologia dell’apprendimento con un master universitario di II livello al fine di poter sostenere al meglio i bambini con difficoltà di apprendimento e le loro famiglie.

Contatti: chiaraalberton@yahoo.it

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