Disturbi del comportamento alimentare: gli aspetti relazionali
Dopo che è venuto al mondo un bambino tra i vari bisogni ha quello dell'alimentazione, ma non è solo un bisogno di cibo propriamente detto: il bambino ha la necessità di "cibo relazionale". Vuole essere amato, ammirato, vuole sentire il calore dell'affetto, ha bisogno di essere confermato da chi si prende cura di lui.
Se si pensa a quando un bambino viene allattato nella relazione passano delle emozioni tra madre e bambino, ci sono sguardi, c'è vicinanza, c'è calore fisico: il bambino si sente al centro dell'attenzione, si rende conto che c'è qualcuno che si occupa di lui, sente che non è solo. Il cibo è perciò strettamente legato al rapporto con le persone e con l'ambiente.
L'anoressia mentale è esemplificativa in quanto è la negazione delle gioie del vivere e non solo del cibo: è la negazione delle relazioni di amicizia e d'amore. Nella ragazza anoressica si sviluppa l'idea assoluta di valere solo se il suo corpo è bello, è magro, è perfetto "allora sì che posso interessare gli altri" e queste idee vengono rafforzate all'inizio dai complimenti che riceve sul suo stato di forma. Migliorando il proprio corpo miglioreranno le relazioni con gli altri!
Diventa allora fondamentale valutare il contesto relazionale ed emozionale del comportamento alimentare disfunzionale, poiché dà molte informazioni su come la persona contatta o non contatta il mondo. Ecco che in psicoterapia lo psicoterapeuta è attento a cogliere non solo gli aspetti psichici, ma anche quelli relazionali del disturbo e dei suoi sintomi.
Nella sua accezione etimologica la parola sintomo (sin-tomo) significa "accadere con", per cui come il medico di fronte al sintomo della febbre indaga per individuarne la causa, lo psicoterapeuta valuta fondamentalmente 3 aspetti del sintomo:
- il significato: cosa c'è dietro al sintomo?
- la localizzazione: come mai si manifesta in una zona del corpo e non in un'altra?
- messaggio: dice qualcosa a qualcuno, ha un destinatario?
Il sintomo dice agli altri quello che la persona non riesce a dire in modo consapevole, le persone con disturbi del comportamento alimentare utilizzano il proprio corpo per dire che stanno male.
Attraverso il corpo urlano agli altri la propria sofferenza.
Va detto che le persone che soffrono di disturbi del comportamento alimentare perdono la propria creatività, perdono la propria volontà di autoaffermazione, introiettano in modo acritico l'ambiente, si negano la possibilità di scegliere: ad esempio la bulimica assume il cibo in modo seriale, senza sceglierlo con l'unico obiettivo di riempire lo stomaco.
È importante quindi intraprendere un percorso terapeutico che metta al centro la relazione che la persona vive con se stessa, con gli altri e con il mondo, cercando di recuperare le risorse interne e del suo ambiente per farle ritrovare l'interesse e l'amore per la vita.
Lino Busato, Psicologo e Psicoterapeuta
newsletter mammeonline



