Messaggio di errore

Notice: Use of undefined constant slot - assumed 'slot' in eval() (linea 5 di /var/www/mol/modules/php/php.module(80) : eval()'d code).

I bambini soli

“Solo e abbandonato”: un idioma, un’espressione che spesso viene utilizzata anche nel linguaggio comune, quando si vuole attirare l’attenzione su una situazione spiacevole, oppure, anche a mò di scherno, in ambiente familiare, quasi a voler mistificare una paura.

Soli e abbandonati, probabilmente, ci siamo sentiti anche noi, quando eravamo piccoli, e sentivamo che qualcosa, o qualcuno di troppo importante per noi, ci mancava, e ci manca tuttora, e non ci sappiamo spiegare ancora perché, o forse si.
Ma ora, questi ricordi di solitudine appartengono ad un passato piuttosto lontano, o magari tanto vicino, perché sono ancora così vivi dentro di noi, e non sappiamo il perché, o forse sì.

E, se questa è la dimensione della solitudine, in un ricordo, in una certezza, la nostra, o di un caro amico, quante altre dimensioni può ancora avere la solitudine?
Come può essere la solitudine quando esplode come una bomba atomica all’interno di una vita piccola piccola, che a stento si sorregge in piedi, e riesce a pronunciare qualche parola?
Come può essere la solitudine di chi non ha mai avuto modo di conoscere il significato della parola amore, non ha mai saputo cosa è il calore umano di una carezza sincera, di un abbraccio, non ha mai saputo o ha solo immaginato che esiste una famiglia vera, con una mamma, un papà e magari anche dei fratelli?
Ce lo siamo mai chiesti?

Se ce lo siamo già chiesti, ed abbiamo già avuto modo di conoscere ed apprezzare questo mondo, di viverlo e di condividerlo, possiamo ritenerci, sicuramente, delle persone privilegiate, e tanto avremo da donare a chi ci sta accanto: il sostegno, l’aiuto, il conforto, che solo chi vive certe situazioni da vicino può essere in grado di dare.
Se, invece, iniziamo solo ora a farci delle domande, perché adesso abbiamo iniziato a guardare questo mondo da vicino, siamo comunque delle persone fortunate, perché tanto abbiamo da scoprire, conoscere, imparare sulla reale dimensione della solitudine dei bambini, dei bambini, soli al mondo, che aspettano, tutti, indistintamente, di diventare, un giorno, prima o poi, famiglia.
Una dimensione per questi bambini che trascende il concetto di solitudine, per concentrarsi su una parola più grande, più pesante, più grave, più importante.

Una parola difficile anche solo da pronunciare: l’abbandono.
Un termine che rievoca pensieri certamente non positivi, e che, inesorabilmente, si coniuga al negativo, identificandosi con il vuoto, il buio, l’assenza, la paura, il dolore.
E questa parola, triste, per forza di cose, diventa ancora più oscura, angosciosa se ad essa accostiamo l’essere più bello ed indifeso della terra, un cucciolo di uomo: un bambino.
Il bambino abbandonato.

Per una coppia che intenda adottare l’abbandono è una realtà, una conoscenza importante, qualcosa che non si può più guardare da miopi, o distrattamente, come sugli articoli delle pagine dei giornali, o sullo schermo pigiando i tasti di un telecomando.
La realtà del bambino abbandonato entra già nelle prime domande che gli operatori rivolgono alle coppie che si accingono ad adottare. Ogni coppia, in occasione degli incontri formativi, dei colloqui, e delle sedute di confronto, viene messa davanti ai suoi perché. Ognuno dovrà scrutarsi, analizzarsi dentro, ed in questa operazione introspettiva, avrà un compito fondamentale che è quello di mettere in relazione il proprio modo di essere e di sentirsi famiglia, genitore, anche nel divenire, con la realtà da cui proviene il bambino, la sua storia, le sue origini, la sua vita passata.

Perché, per questo bambino di cui non si sa nulla, la vita non inizia con il suo ingresso nella famiglia adottiva, in nessun caso l’adozione potrà coincidere con il suo anno zero.
Se l’adozione è una seconda nascita, ogni coppia adottante dovrà confrontarsi con la prima nascita del proprio bambino, con quello che è accaduto prima di adottarlo, e, soprattutto, con ciò che c‘è stato dopo la sua uscita dall’utero materno.
La prima nascita di un figlio adottivo ha a che fare con l’origine, con il perché lui è venuto al mondo, il come è avvenuto, chi lo ha voluto o non lo ha voluto. E, di lì, da quella scelta, consapevole o inconsapevole, dalla decisione di non interrompere quella vita nascente, ha inizio una storia: la storia di un figlio, “nostro figlio”.


Nota: Renata Emma Ianigro

Ritratto di Redazione

Posted by Redazione

La Newsletter di Mammeonline
mammeonlineLa community di Mammeonline

Cuciniamo: blog di ricette e racconti in cucina