Un albero al contrario di Elisa Luvara'

Un albero al contrario è un libro che ho letto con molta emozione, desiderando un tempo dilatato che potesse arrivare a farmi conoscere subito il destino di Ginevra, bambina allontanata da una famiglia problematica, in arrivo in casa famiglia da un'esperienza in istituto e con il pesante fardello aggiuntivo di un affido fallito. 

Elisa Luvarà, l'autrice di questo libro, ripercorre la sua storia di bambina e il suo percorso che, dentro la casa famiglia, l'ha aiutata a capire che poteva essere amata, che non era responsabile del destino dei suoi genitori, che doveva imparare a tutelare se stessa per ricostruire una fiducia nel prossimo e in sé che potesse consentirle di vivere una vita serena e piena d'amore.

Oggi Elisa è sposata, sente che il suo è un albero al contrario, con le radici ritte verso il cielo per riuscire ad accogliere, in modo diverso ma non meno efficace, i doni che la vita può elargire.

Così ho desiderato, alla fine della lettura, conoscendo pian piano i personaggi che affollano la casa famiglia, avere da lei le risposte a tante domande che mi affollavano la mente.

Cara Elisa,vorrei tanto sapere se i tuoi amici in casa famiglia, Verde e soprattutto Agape sono persone reali...

Quando si è trattato di scrivere della comunità e dei suoi piccoli abitanti, ho dovuto trovare una via di mezzo tra verità e invenzione, una soluzione che fosse vicinissima al mio vissuto ma che non rivelasse le identità e le storie dei miei compagni. Quello che avevo a cuore era principalmente riportare nero su bianco la sensazione di protezione e riparo che Ginevra sperimenta per la prima volta varcando quella soglia; per me la comunità è stato il primo ancoraggio, la prima prospettiva di stabilità dopo il fallimento di un affido familiare e l'esperienza dell'istituto.

Agape è il simbolo del senso di famiglia perduto e ritrovato in comunità. Bello come "Mowgli" in carne e ossa, entra nella vita di Gin come fratello, amico fedele, incantevole primo amore, e offre a Gin la possibilità di un legame autentico - perché gli educatori sono pagati per occuparsi di lei, mentre il sentimento di Agape è genuino, gratuito, prevedibile come l'affetto che le persone provano naturalmente verso i loro cari.

Per Agape mi sono ispirata al rapporto che avevo con due miei compagni della comunità, che mi stavano vicino come due piccoli guardiani e mi assecondavano in tutti i guai che escogitavo per mettere alla prova gli educatori (l'attitudine a combinare casini è una caratteristica che ho cucito sopra il personaggio di Verde).

In Agape coesistono questi due ragazzini, uno più fragile e vittima della sua storia, l'altro più dolce e protettivo, ma l'elemento vitale di Agape è la mia stessa malinconia, la tenerezza che provo verso il mio passato e soprattutto verso i miei genitori naturali.

Per Verde non ho preso spunto da ragazze incontrate, ma piuttosto da un modello di ragazzina fiera e sicura di sé a cui da piccola avrei voluto somigliare, essendo stata sempre piuttosto goffa. La comunità è posto sicuro e insieme luogo di passaggio: un limbo attrezzato per custodire i bambini, per prepararli a quello che verrà dopo (deve assolutamente esistere una destinazione finale), e la temporaneità è un elemento fondamentale perché il periodo tra le sue mura costituisca un reale beneficio per chi ci vive. Per questa ragione non sono rimasta in contatto con nessuno dei miei amici della comunità; intimamente sapevamo tutti di essere provvisori, e proprio a ragione di questo la nostra relazione era più speciale: condividere lo stesso destino ci avvicinava gli uni agli altri, ci rendeva solidali e protettivi come fratelli, e sapere di doverci un giorno lasciare infondeva ulteriore pathos al nostro rapporto.

 ... se hanno avuto la possibilità di una vita ricca di cose positive, nonostante la partenza molto faticosa

 La storia di Agape e Verde somiglia a quella di tanti altri bambini allontanati irreversibilmente dal proprio nucleo familiare. Non so dire con esattezza come andranno le loro vite, purtroppo non esiste un'equazione definitiva per questi casi: una buona parte del riscatto passa attraverso la capacità di staccarsi dalla propria storia, trasformare il sollievo di essere stato prelevato da una grave situazione familiare, in speranza per un futuro positivo.
Io stessa, soprattutto durante l'adolescenza, ho rischiato di rimanere fagocitata dalla tristezza, ed è il pericolo in cui incorrono molti ragazzi ed anche il nostro Agape.

Verde è stata accolta da una famiglia affidataria ed avendo la pelle dura sarà agevolata rispetto ad Agape, che si trova ancora in comunità. Forse con l'aiuto di Gin e Volpo, anche Agape riuscirà a compiere quella decisione dolorosa ma necessaria di salvare se stesso, e non i suoi genitori.

Credo fermamente che i figli portino avanti l'impronta dei propri genitori, e nessuna madre o padre vorrebbe tramandare la propria sofferenza: salvando te stesso puoi difendere tutti sogni e le speranze che i tuoi genitori hanno riposto su di te, e non esiste riscatto più grande, credo, per chi ci ha messo al mondo.

Quale significato ha avuto per te la presenza di Tilde, siete ancora in contatto?

La Signora Tilde del romanzo somiglia molto all'educatrice che mi ha accolto in casa, al mio arrivo in comunità, e che da quel momento si è presa cura di me e dei miei frequenti mal di pancia, con la sua risata argentina e la boule dell'acqua calda (che uso ancora adesso, soprattutto quando piove o mi sento giù di morale).

Lei trasmetteva fiducia a noi bambini perché ci lasciava schiudere con calma, e non sembrava volerci "curare" ad ogni costo. Con lei non mi sono mai sentita una bambina difficile e problematica, come mi era capitato con la famiglia affidataria, ed ho raggiunto una confidenza ed intimità tale da mostrarmi esattamente per quella che ero, senza acquisire quegli atteggiamenti artificiali a cui spesso ricorrevo per piacere agli adulti, per farmi voler bene.

Tilde rappresenta la prima figura materna incontrata nel mio percorso; non si è mai dimenticata un mio compleanno e ancora adesso mi scrive per farmi gli auguri o per sapere cosa sto combinando. Quando ha saputo del libro era emozionatissima, e l'ho incontrata tra il pubblico in una mia recente presentazione a Milano.
Nonostante sia stata una persona importante del mio passato, non ci vediamo né sentiamo spesso. La comunità e i suoi componenti sono depositari di un periodo positivo ma estremamente faticoso, indivisibile dai traumi dell' infanzia.
Preferisco quindi tenerli tutti dentro di me, per ritornarci ogni tanto con la mente e rivivere i momenti più belli.

Sei ancora in contatto con i tuoi genitori naturali?

L'ultimo incontro con mia madre, programmato dalla magistratura, è avvenuto nella stessa struttura dove la incontravo sempre, poco dopo aver compiuto diciassette anni, e quello è stato il periodo in cui ho smesso di incontrare anche mio padre. Il Tribunale ha rimesso a me la decisione di continuare a vederli o meno, ed io ho fatto la scelta più rasserenante e drammatica della mia vita: non incontrarli più.

Con loro sono spariti progressivamente anche fantasmi e paure. Ho smesso di pensare che tutto fosse perduto per sempre, e ho cominciato a considerare per me una vita normale.

Avevo seguito così da vicino le sofferenze di mia madre, da temere che sarei finita per ammalarmi anche io. C'è voluto un grande sforzo mentale, all'inizio, per abbattere questa idea.
Per questo la scelta di non vederla più è stata risolutiva per la mia crescita.

Persino il legame con una mamma biologica può essere interrotto, se dannoso, e questo non significa cancellarla o rinnegarla. Significa staccarsi il tempo necessario per crescere, elaborare, accettare e diventare sufficientemente forti per un possibile nuovo incontro.

Un albero al contrario di Elisa Luvarà

Elisa, come è nata l'idea di questo libro e che messaggio desideri mandare?

Foto di Elisa Luvarà, autrice del libro "Un albero al contrario"Ho scritto questa storia sollecitata da mia madre affidataria, che mi vedeva sempre chiusa in camera a scrivere lunghissime storie di fantasia, e una volta mi ha suggerito di provare a scrivere la mia. Pensava che mi avrebbe aiutato a pacificarmi con il mio passato, ed in effetti ha avuto ragione. 

È stato mio marito, allora il mio fidanzato, a incoraggiarmi con dolcezza. Lui che non mi aveva mai fatto domande dirette sulla mia vita di bambina e di adolescente è stato poi il primo a leggere quello che sarebbe diventato il romanzo. Gliel’ho chiesto perché volevo un parere sincero e critico sulla scrittura, ma questo è stato anche il modo in cui gli ho permesso di conoscere ciò che non sapeva ancora di me.

L’ho permesso a lui e l’ho permesso a me. Ho capito così che poteva avere senso raccontare una storia, che sebbene unica come ogni storia, avrebbe permesso a molti altri bambini, alcuni dei quali oggi adulti e ad altrettante famiglie di ritrovarsi.

Ho impiegato circa un paio di anni a scrivere il libro. Il mio romanzo è nato sulla piattaforma di crowdfunding Bookabook e fin dal primo momento ha conquistato un gran numero di associazioni e genitori interessati al tema dell’affido familiari. Poi è arrivata la proposta di Rizzoli, che non è stata l’unica ma è stata quella che io ho scelto e sentita più vicina.

Oggi sono una delle tante impiegate precarie in una delle società di Milano. Da un anno sono sposata. Considero la mia famiglia affidataria, quella con cui ho vissuto dai 13 ai 27 anni, la mia famiglia.
È stato mio padre affidatario a portarmi all’altare un anno fa. Mi piacerebbe in futuro pensare a un lavoro che mi permetta di coltivare anche la mia passione per la scrittura.

Scrivere Un Albero al Contrario è stato terapeutico, mi ha permesso di rimuovere tanti veli interiori utilizzati per nascondere cose di cui mi vergognavo e non parlavo mai: la malattia mentale di mia madre, l'aver vissuto in istituto, l'essere stata respinta dalla prima famiglia affidataria. La meraviglia è stata poter allargare, piano piano, il cerchio di persone con cui era possibile parlare di tutto questo senza farmi male. Insomma, questo romanzo mi ha risarcito da un silenzio durato ventiquattro anni.

Il titolo racchiude il messaggio principale che desidero inviare, e riguarda la speranza che sopraggiunge dai nuovi incontri. Un albero normalmente attinge nutrimento e forza dalla base, ma quello di Gin è capovolto, le sue radici sono in alto e apparentemente non si ancorano a nulla; per poter vivere, si nutrono di piccoli doni degli uccellini di passaggio.

L'aver perduto le proprie origini ed ogni riferimento da piccola, non impedisce a Gin di ricevere nuovo amore dalle persone entrate successivamente nella sua vita, che pur non potendo cancellare i traumi del passato possono guarirla dalla solitudine e offrirle una seconda opportunità per godere dell' inestimabile valore di appartenere a qualcuno.

Elisa, non posso non chiederti se non pensi che l'obbligo di visitare tua madre e tuo padre, nonostante tu avessi espresso (se non ricordo male) alle tue responsabili il desiderio di non rivederli, non si possa pensare come una violenza inflitta ad un minore, non tenendo conto dei suoi sentimenti e della sua volontà, cercando così di tutelare gli interessi degli adulti. Certo tua madre non aveva colpa per la sua malattia ma tu che colpa ne avevi? E tuo padre era felice di poterti dare in affidamento, quindi perché costringerti anche alle sue visite? Credo fermamente che dovrebbe essere tutelato chi ha meno possibilità di difendersi da sé.

Ecco, questa sensazione negativa mi accompagna sempre quando penso ai bambini che vengono costretti a visite, anche con supervisori, con adulti che non meriterebbero di avere possibilità di infliggere ulteriori sofferenze a quelle già subite dai propri figli. Tu che ne pensi, ora che molto tempo è passato e che puoi guardarti indietro con serenità?

Confesso che si tratta di un argomento per cui mi sono sempre sentita molto combattuta. Ho sempre avuto la sensazione che gli incontri sanciti dal Tribunale dei Minori non recassero alcun beneficio a nessuno, meno che mai ai miei genitori, tanto è vero che negli anni il tempo tra una visita e l'altra si dilatava sempre di più, soprattutto perché per mia madre vedermi era sempre uno shock e, una volta tornata al ricovero, ci voleva moltissimo tempo perché si riprendesse.
Credo un giudice minorile  (magari genitore) riesca più facilmente a mettersi nei panni  di una madre/padre sofferente e separato dal figlio, che del minore allontanato. Questo comporta una serie di scelte più incentrate sui bisogni degli adulti, come l'esigenza di mantenerli ancorati alla loro condizione di genitori attraverso gli incontri con il figlio.

Io non potevo capire questo conflitto di interessi; soffrivo perché le loro stranezze mi procuravano disagio, ma soprattutto mi mettevo nella condizione di dover essere io adulta, e loro i bambini. 
Tuttavia non sono mai riuscita ad esternare del tutto la sofferenza che mi procuravano le telefonate di mia madre o gli incontri con mio padre: non volevo che fosse palese la mia reticenza, per non dar loro un dispiacere e perché all'idea di "abbandonarli" il senso di colpa mi spaccava il cuore.

Avrei preferito che la decisione di sospendere gli incontri o le telefonate scendesse su di me dall'alto :) 
Mi hanno fatto sempre molta tenerezza, i miei genitori. Li ho sempre pensati come bambini mai cresciuti, a cui non è stata data un'altra chance.

 

Grazie Elisa, sono certa che con questo libro porterai luce nella vita di tante persone e spero sarai di ispirazione affinché tante famiglie possano dare la loro disponibilità ad accogliere in affido i bambini che, come te, hanno le radici in aria e tanto bisogno, come dici, di guarire dalla solitudine e avere una seconda opportunità per godere dell' inestimabile valore di appartenere a qualcuno.

 

E ora vorrei offrivi le parole di Emanuele Bana, presidente di Comin, la cooperativa sociale che gestisce la casa famiglia che ha accolto Elisa.

“Elisa è entrata in una comunità educativa di COMIN quando aveva 11 anni - spiega Emanuele Bana, presidente di COMIN. La sua infanzia, tra gli anni trascorsi in istituto e un’esperienza di affido fallita, è stata tutt’altro che facile.

I due anni in comunità le hanno permesso di sentirsi finalmente accolta, protetta, ben voluta. Questo momento e la presenza degli educatori – la signora Tilde del romanzo era una delle educatrici allora presenti in comunità – hanno fatto sì che la comunità diventasse quel ponte che permette un buon passaggio tra un prima, il momento di fatica e sofferenza, e un dopo, una nuova e ben riuscita esperienza di affido familiare, nel caso di Elisa.

COMIN è impegnata da oltre 40 anni nel garantire l’accoglienza e l’accudimento quotidiano in comunità con funzione vicaria della famiglia. Presentare l’esperienza in comunità di un minore, oggi adulto, è un ottimo modo per raccontare un'esperienza comune a tanti bambini, esperienza tuttavia ancora spesso presentata in modo distorto: è questo uno dei messaggi forti che Elisa ha voluto trasmettere col suo romanzo."

Consiglio con tutto il cuore la lettura di questo libro.

Debora

Ritratto di Redazione

Posted by Redazione

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