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Storia di un parto gemellare pretermine

Storia di un parto gemellare pretermine

Un imprevisto. Capita che un imprevisto cambi il corso delle cose, della vita, dell’amore. Un incidente, un evento improvviso che mai e poi mai avremmo creduto possibile. Una di quelle cose che succedono solo nei film, nei libri oppure si ascoltano ai tg. E il tempo si dilata, rallenta. Quasi si ferma.

Questa che sto per raccontarvi è la storia di Giorgia e Carlotta. Gemelle nate a 27 settimane di gestazione. Ma soprattutto è la storia di Angela, la loro straordinaria mamma. Mentre mi parla e cerca di trattenere le lacrime, ammette: “Rivivo quei momenti in un lunghissimo flashback. Ma ogni volta di più, metabolizzo quello che mi è accaduto”.

La gravidanza di Angela, seppur gemellare, sembrava una gravidanza come tante. La pancia che cresce, i chili accumulati, la gente che sorride anche se non ti conosce quando cammini per strada e ti chiede come chiamerai il piccolo nascituro, gli acquisti, le passeggiate sognando l’attimo in cui per la prima volta ti sentirai chiamare Mamma. 

“I primi sei mesi erano trascorsi in armonia, desideravo quelle bimbe con tutto il mio cuore. Tutto sembrava perfetto, fino a quella visita di controllo dopo Pasqua- ricorda Angela-. Anche se ero ingrassata inspiegabilmente molto. E il ginecologo prese a infierire con la storia della troppa cioccolata e della colomba pasquale. 

Rimasi in silenzio, senza il coraggio di contraddire il medico. Ma quando passammo all’ecografia ad avere il volto tirato fu di colpo lui”. Il repentino aumento di peso, infatti, non dipendeva da Angela e dagli stravizi pasquali ma da una patologia che sovente può colpire le gravidanze gemellari: la TTTS, trasfusione feto fetale, una particolare malattia che colpisce la placenta. La morte di uno dei due feti, inevitabilmente, determina il decesso anche dell’altro. Una doccia fredda. E di colpo Angela e suo marito Francesco diventano protagonisti dell’assurdo. 

Iniziano le corse contro un tempo che arranca e sembra non vada più avanti. Le domande si moltiplicano e le risposte sembrano sempre troppo poche. Angela viene ricoverata al reparto di Patologia Ostetrica del Fatebenefratelli di Roma. “Sembrava di vivere in un film dell’orrore – mi confessa -. Non potevamo credere che stesse succedendo proprio a noi. 

La situazione precipitò in poche ore, non avemmo neanche il tempo di realizzare. Una gemella non si alimentava più e l’altra era in forte sofferenza. Chiedemmo quante possibilità di sopravvivenza ci fossero…e una frase mi rimbomba nella testa ancora oggi”. “Signora – le disse il medico -, sono gemelle gemelle, stesso gruppo sanguigno. Se muore una, muore anche l’altra”. 

Un urlo sordo squarciò la felicità e la serenità di Angela. Gli attimi che la attendevano, sapeva, le avrebbero cambiato per sempre la vita. “A me e mio marito ci sembrò di morire – ricorda. 

Desideravo solo tornare al mattino precedente, quando dopo la visita c’eravamo promessi il pranzetto nella nostra bisteccheria preferita. Invece, passai la notte più lunga della mia vita. La passai a pregare e imprecare. Mi arrabbiai con Dio, gli chiesi il perché. Lui mi aveva donato Giorgia e Carlotta. Mi aveva lasciato fantasticare sui loro volti e sul nostro futuro. E ora me le levava, inspiegabilmente”. 

La mattina seguente fu eseguito un cesareo d’urgenza. Era una mattina di inizio aprile. Con il sole. Giorgia pesava 800 grammi. Carlotta poco più di 1 chilo. “Le portarono via subito. Non le vidi quando si affacciarono al mondo per la prima volta. Tutti i sogni fatti in quelle 27 settimane furono spazzati via in pochi istanti. 

 Colpa dell’urgenza. 

Colpa della necessità d’aria per le mie piccole. 

Fino ad allora m’ero vista con Francesco accanto, con l’uomo che amo che mi tiene la mano mentre ci fanno abbracciare per la prima volta le nostre figlie. Quel film del volto di Giorgia e Carlotta appena uscite dal mio ventre è un sogno ricorrente, che ancora faccio”.

Fu il papà a vedere le gemelline poco dopo la nascita in terapia intensiva. “Da i vetri dell’oblò dell’incubatrice – confessa Angela -, Francesco osservò quei due esserini inebedito. Non erano le sue bambine. O mai le avrebbe immaginate così”.

Nei minuti che passavano c’erano una serie di possibilità mai calcolate. L’ambiente di colpo si tramuta in un mondo fatto di medici e camici, infermieri che vanno e vengono, aghi, rumori di un cuore che batte troppo lento o troppo veloce, respiratori.

Mentre Giorgia ha respirato da sola fin dalla nascita ed era in condizioni discrete, Carlotta è stata intubata in condizioni critiche. “Le vidi dopo 24 ore – ricorda la mamma -. E non bastò nessuna delle raccomandazione di Francesco. 

Quello che provai, quando abbracciai con lo sguardo le mie figlie distese in quella culla di vetro, fu un sentimento difficile da esprimere con le parole. 

Carlotta non era nient’altro che un feto con un tubo in gola e la testa bloccata tra due cuscinetti, come a non farla scappare via. Quel tubo levò il fiato a me. Ebbi quasi l’impressione di non riuscire a deglutire. Era così piccola che per metà entrava nel palmo della mia mano. Mi sentii mancare”. 

Angela desiderò fuggire lontano, ma il pianto disperato la trattenne al fianco delle due figlie. In un percorso tortuoso e apparentemente infinito durato ben 75 giorni.

“Quando uscii dall’ospedale – continua il racconto di Angela -, tornai a casa senza pancia e senza le mie bimbe. E’ una sensazione di vuoto che non si dimentica. Mi sentivo sconfitta, inadeguata. Mi sembrava di essere stata incapace di proteggerle e di colpo le avrei rivolute dentro di me, a nuotare nel liquido amniotico, lontano da tubi e respiratori”. 

Fu una sensazione devastante quella che provò la notte in cui tornò a casa. Ad attendere Giorgia e Carlotta c’era una cameretta nuova piena di peluche e giocattoli. Ma i loro lettini rimasero vuoti a lungo. In quel piccolo angolo di paradiso c’era solo tanto silenzio. Angela, intanto, ogni mattina percorreva la strada verso l’ospedale sperando, in attesa di novità.

“Il Fatebenefratelli diventò la mia nuova casa. Portavo il latte che avevo conservato nelle mie notti insonni. Mi scontravo contro altre future mamme col pancione e mi chiedevo dove fosse finito il mio. Mi infilavo il camice sterile, attendevo il mio turno per lavare le mani, infilare la mascherina. Poi entravo in terapia intensiva. Spesso piangevo. Quante lacrime ho versato davanti quelle culle termiche – ricorda -. Ma sapevo che le mie figlie avevano bisogno di me e con gli occhi ancora bagnati iniziavo a raccontare favole, cantare ninne nanne. In quell’ora che passavo accanto a loro mi chiedevo se le avrei mai portate via di lì, quando le mie braccia le avrebbero finalmente protette ma le risposte sembravano non arrivare mai”.

Carlotta, la gemella più piccola alla nascita, è uscita dal reparto di Neonatologia dell’ospedale Fatebenefratelli dopo due mesi esatti di permanenza con il mirabile peso di 2 kg. Per Giorgia sono serviti altri 15 giorni. Dopo 75 lunghissimi giorni in tutto Angela ha stretto per la prima volta fra le sue braccia le due dolcissime sorelline. “Solo allora è iniziata la nostra vera vita in famiglia – ammette Angela -. Erano molto piccole e vulnerabili e mi sono buttata anima e corpo su di loro perchè desideravo recuperassero in fretta. Ma nella mia mente la paura non m’ha mai abbandonata. Temevo che gli strascichi della prematurità potessero uscire fuori in un secondo tempo. Quando le piccole hanno raggiunto un anno e mezzo di vita ho iniziato a tirare il fiato ma tutto quello che avevo accumulato e messo da parte da quella famosa mattina di aprile, la mia mente cominciava a rifiutarlo. Scoperchiato il vaso di Pandora, ho rischiato di crollare psicologicamente. Ma quella è un’altra storia”. 

Giorgia e Carlotta oggi hanno 2 anni e 8 mesi. Hanno lunghi capelli boccolosi e occhi azzurri. Sebbene diverse per carattere e uguali per tratti somatici, si adorano e non potrebbero mai vivere l’una lontana dall’altra. Parlano, corrono, ridono, scherzano, frequentano il nido e nessuno potrebbe mai sospettare che sono nate 13 settimane prima del previsto.

Articolo di Alessia Acanfora
Foto di Pietra di Luna

 

 
 

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